Dallo stato di natura allo stato di diritto

J. Locke, Secondo trattato sul governo,
a cura di C. A. Viano,
in Grande antologia filosofica, cit., pp. 610-613; 624-625.


Ritengo che il potere politico sia in diritto di fare leggi che comminino la pena di morte, e conseguentemente tutte le pene minori, per regolare e preservare la proprietà, e di impiegare la forza della comunità nell'esecuzione di queste leggi e nella difesa della società dalle ingiurie che possono venire dal di fuori; e tutto questo al solo fine del pubblico bene. [...]

Per comprendere rettamente il potere politico, e derivarlo dalla sua origine, dobbiamo considerare quale sia lo stato in cui gli uomini si trovano per natura. Ê uno stato di libertà perfetta di ordinare le proprie azioni, di disporre delle proprietà e delle per i sone come meglio si ritiene, entro i limiti della legge di natura, senza chiedere il permesso a nessuno e senza dipendere dalla volontà di nessuno.

Si tratta anche di uno stato di eguaglianza, nel quale ogni potere e ogni giurisdizione è reciproca, perché nessuno ha più potere i

o più giurisdizione di un altro. Perché non c'è nulla di più evidente di questo, che creature della stessa specie e della stessa razza, nate indistintamente per godere, nello stesso grado, di tutti i vantaggi della natura, e per usare le medesime facoltà, dovrebbero anche essere reciprocamente uguali, senza subordinazione o 2 soggezione, a meno che il signore e padrone di tutte quelle creature, con una manifesta dichiarazione della sua volontà, abbia posto uno sopra un altro, e gli abbia conferito, con designazione evidente e chiara, un indubitabile diritto al dominio e alla sovranità. [...]

Lo stato di natura ha una legge di natura che lo governa, e che obbliga ciascun uomo. E la ragione, che è questa legge, insegna a tutti gli uomini, purché vogliano consultarla, che sono tutti uguali e indipendenti, e perciò nessuno deve recare danno ad un altro nella vita, salute, libertà o proprietà. Tutti gli uomini sono opera di un unico autore onnipotente e infinitamente saggio, sono tutti servitori di un unico padrone sovrano, inviati nel mondo per suo ordine e ai suoi fini, sono sua proprietà, dal momento che sono opera sua, fatti per durare fino a quando piaccia a lui e non a un altro. E, poiché siamo forniti di facoltà simili, poiché partecipiamo tutti all'unica comunità di natura, non si può supporre che ci sia tra noi una tale subordinazione, che possa autorizzarci a distruggerci a vicenda, come se fossimo fatti gli uni per l'uso degli altri, nel modo in cui le creature di ordine inferiore sono fatte per noi. Ciascuno di noi, come è tenuto a conservare se stesso, e non abbandonare il suo posto volontariamente, così, per la stessa ragione, quando la sua conservazione non viene messa in questione, deve, nella misura del possibile, preservare il resto dell'umanità, e, a meno che egli non debba far giustizia di chi ha commesso un'offesa, non può eliminare o minacciare la vita o ciò che conduce alla conservazione della vita, della libertà, della salute, delle membra del corpo o dei beni di un altro.

E perché tutti gli uomini possano essere trattenuti dall'invadere i diritti degli altri e dal recarsi danno l'un l'altro, e perché sia osservata la legge di natura, che vuol mantenere la pace e la conservazione di tutta l'umanità, l'esecuzione della legge di natura è, in questo stato, posta nelle mani di ciascun uomo, per cui ognuno ha diritto di punire i trasgressori di quella legge in un grado tale che possa impedire la sua violazione. E infatti la legge di natura, come tutte le altre leggi che riguardano gli uomini in questo mondo, sarebbe inutile, se non ci fosse nessuno che nello stato di natura avesse il potere di eseguirla, e perciò di salvaguardare l'innocente e di reprimere gli offensori. [...]

Lo stato di guerra è uno stato di ostilità e di distruzione. Perciò chi dichiara con la parola o con l'azione un progetto, non passionale e precipitato, ma calmo e determinato, sulla vita di un altro uomo, si pone in uno stato di guerra nei confronti di colui contro il quale ha dichiarato un'intenzione di questo genere, e così ha esposto la propria vita al potere di un altro, perché essapuò essere eliminata dalla persona con la quale è entrato in ostilità o da chiunque altro si sia unito con lui nella sua difesa e ne abbia sposato la causa: infatti è ragionevole e giusto che io abbia il diritto di distruggere ciò che mi minaccia di distruzione. In base alla legge fondamentale di natura gli uomini debbono essere preservati nella misura massima possibile, ma, quando non tutti possono essere preservati, deve essere preferita la salvezza di chi è innocente; e un uomo può distruggere un altro uomo che gli fa guerra o che ha manifestato ostilità verso la sua stessa esistenza, per la stessa ragione per cui può uccidere un lupo o un leone. Infatti uomini di questo genere non sono sotto i legami della comune legge della ragione, non hanno altra regola che quella della forza e della violenza, e perciò possono essere trattati come bestie feroci, creature pericolose e nocive che sicuramente distruggono chiunque capita sotto il loro potere.

Di qui deriva che chi tenta di porre un altro uomo sotto il proprio potere assoluto, perciò stesso si pone in uno stato di guerra nei suoi confronti, perché un tentativo di questo genere dev'essere inteso come la dichiarazione di una intenzione sulla sua vita. Perciò ho ragione di concludere che chi volesse pormi sotto il proprio potere senza il mio consenso, vorrebbe usarmi come gli piace, una volta che è riuscito a ridurmi in suo potere, e vorrebbe magari distruggermi, se gli venisse in mente di farlo: e infatti nessuno può desiderare di avermi nel proprio assoluto potere, se non per costringermi con la forza a ciò che è contro il diritto della mia libertà, cioè se non per fare di me uno schiavo. L'unica sicurezza della mia conservazione sta nell'essere libero da una forza di questo genere, e la ragione mi costringe a considerare come un nemico della mia conservazione chiunque voglia privarmi della libertà, che è la difesa della mia conservazione. Perciò chi tenta di rendermi in schiavitù, con ciò stesso si pone nello stato di guerra nei miei confronti. Chi nello stato di natura vorrebbe togliere la libertà che in quello stato appartiene a chiunque, deve necessariamente essere considerato come uno che progetta di strappare ogni altra cosa, poiché quella libertà è il fondamento di tutto il resto. Allo stesso modo chi nello stato di società vo i lesse strappare la libertà che appartiene a quelli che sono membri di quella società o di quello stato, deve essere considerato come uno che progetta di strappar loro ogni altra cosa, e così deve essere considerato come uno che è nello stato di guerra. [...]

La tirannide è l'esercizio del potere oltre i limiti del diritto, i cioè un potere al quale nessuno ha diritto. Essa consiste nel far uso del potere che si ha nelle mani, non per il bene di quelli che sono sottoposti ad esso, ma per il proprio privato vantaggio, distinto da quello degli altri. Si ha la tirannide, quando chi governa, quale che sia il suo titolo, assume come regola, non la legge, ma i il suo proprio volere, e i suoi comandi e le sue azioni sono dirette non alla conservazione delle proprietà del suo popolo, ma alla

soddisfazione della sua ambizione, vendetta, avidità o un'altra qualsiasi passione non ammessa.

E un errore pensare che questo difetto sia proprio soltanto us delle monarchie; altre forme di governo vanno soggette a esso, nella stessa misura della monarchia. Infatti, ovunque il potere, che è posto nelle mani di qualcuno per il governo del popolo e per la conservazione della sua proprietà, è indirizzato a altri fini, e viene utilizzato per impoverire, tormentare il popolo, o soggio uz garb ai comandi arbitrari e irregolari di coloro che hanno potere su di esso, immediatamente nasce una tirannide, sia che coloro i quali usano a questo modo del potere siano uno solo o più di uno.

Dove cessa la legge, incomincia la tirannide, se la legge è trasgredita per recar danno a un altro. [...]

In una comunità politica costituita, che si regge su propri fondamenti e che agisce secondo la propria natura, cioè per la conservazione della comunità, ci può essere un solo potere supremo, che è il legislativo, al quale tutto il resto è e deve essere subordi 13 nato. Tuttavia, essendo il potere legislativo soltanto un potere fiduciario, che agisce in vista di certi fini, il popolo conserva ancora un potere supremo di eliminare o cambiare il legislativo, quando trova che il legislativo agisce in maniera contraria al mandato riposto in esso. Infatti ogni potere che viene conferito sulla i: base di un mandato per il raggiungimento di un fine, è limitato da quel fine, sicché, quando quel fine è manifestamente trascurato o addirittura ostacolato, il mandato deve necessariamente essere ritirato, e il potere viene devoluto nelle mani di coloro che lo hanno conferito; questi possono collocarlo di nuovo dove ritengono me u glio per la loro sicurezza e salvezza. Perciò la comunità continua a mantenere un potere supremo di salvaguardarsi dai tentativi e dai progetti di chiunque, anche dei suoi legislatori, ogni volta che essi siano così stolti e così deboli da permettere o da condurre avanti progetti contro le libertà e le proprietà dei sudditi. Nessun uomo i o società di uomini ha il potere di cedere la propria conservazione e, di conseguenza, i mezzi che conducono a essa, alla volontà assoluta e al dominio arbitrario di un altro. Ogni volta che qualcuno concepisce il tentativo di ridurre gli uomini allo stato di schiavitù, essi hanno sempre il diritto di conservare ciò che non hanno i il potere di cedere ad altri, e di liberarsi di coloro che usurpano questa legge fondamentale, sacra e inalterabile dell'autoconservazione, legge in nome della quale sono entrati a far parte di una società. E così si può dire che sotto questo rispetto la comunità è sempre il potere supremo; ma non lo è, se viene considerata come quella sulla quale si esercita una forma di governo, perché questo potere del popolo non può in nessun caso realizzarsi fino quando il governo non sia dissolto.