Premettiamo che il magistrato non dovrebbe far nulla o intromettersi in nulla, e non al semplice scopo di assicurare la pace civile e la proprietà dei suoi sudditi. Consideriamo ora le opinioni e le azioni degli uomini, che, in relazione alla tolleranza, si dividono in tre specie. Della prima specie sono tutte le opinioni e le azioni che, in se stesse, non concernono né il governo né la società, in nessun mxlo; e sono di questa specie tutte le opinioni puramente speculative e il culto divino. Alla seconda specie appartengono tutte le opinioni e azioni che, per la loro propria natura, non sono né buone né cattive, ma che tuttavia riguardano la società e i rapporti reciproci: si tratta, cioè, di tutte le opinioni pratiche e le azioni che concernono cose indifferenti. Alla terza specie appartengono tutte le opinioni e le azioni che riguardano ancora la società, ma che sono anche buone o cattive per la loro propria natura, e queste sono le virtù e i vizi morali.
I. Dico che soltanto le opinioni e le azioni della prima specie, cioè le opinioni speculative e il culto divino, sono le uniche cose che hanno un diritto assoluto e universale alla tolleranza. In primo luogo vi hanno diritto le opinioni puramente speculative, come la fede nella Trinità, nel Purgatorio, nella transustanziazione, negli antipodi, nel regno personale di Cristo sulla terra, ecc. E che in queste cose ogni uomo mantenga la propria libertà illimitata risulta dal fatto che semplici speculazioni non hanno nessuna incidenza sulla mia convivenza con gli altri uomini. [...] Le altre cose che giustamente pretendono di avere un'illimitata tolleranza sono il luogo, il tempo e il modo di adorare il mio Dio, perché questa è una cosa che riguarda soltanto Dio e me, e hanno una portata eterna al di là dell'ambito e dell'estensione della politica e dei governi, i quali hanno come fine soltanto il mio benessere in questo mondo: e infatti il magistrato è arbitro soltanto tra un uomo e un altro uomo, perché egli può difendere il mio diritto contro il mio vicino, ma non può difendermi contro il mio Dio.
II. Dico che tutti i principi pratici o le opinioni, in base alle quali gli uomini pensano di essere obbligati a regolare le loro azioni, gli uni verso gli altri (per esempio i principi che gli uomini possono educare i loro figli o disporre delle loro ricchezze come preferiscono, che possono lavorare o riposarsi quando lo ritengono opportuno, che la poligamia e il divorzio sono legittimi o illegittimi ecc.), tutte queste opinioni e le azioni che derivano da esse, insieme con tutte le altre cose indifferenti, hanno anche diritto alla tolleranza. Tuttavia esse hanno diritto alla tolleranza solo nella misura in cui non tendono a disturbare lo Stato, o non causano alla comunità svantaggi maggiori dei vantaggi. Infatti tutte queste opinioni, eccetto quelle di esse che sono evidentemente distruttive della società umana, sono cose o indifferenti o soggette a dubbio, e né il magistrato né il suddito ha l'infallibilità per decidere in un senso o nell'altro: petciò il magistrato non dovrebbe prenderle in considerazione al di là del punto in cui il far leggi o il fare intervenire la propria autorità in queste opinioni possa condurre alla prosperità e alla salvezza del proprio popolo. [... Concludo:) che il magistrato può proibire la pubblicazione di una di quelle opinioni, quando in se stessa essa tende a disturbare il governo, perché in questo caso quelle opinioni sono sotto la competenza e la giurisdizione del magistrato. 2) Che nessuno può essere obbligato a rinunciare alla propria opinione, o a dare il proprio assenso all'opinione contraria, perché una costrizione di questo genere non può produrre nessun effetto reale al fine per il quale la costruzione è impiegata. [...] 3) Ii magistrato ha il potere di comandare o proibire qualsiasi azione derivante da una di queste opinioni, così come tutte le altre cose indifferenti, nella misura in cui esse tendono alla pace, alla salvezza o alla sicurezza del proprio popolo. Egli è il giudice di queste cose, e tuttavia deve ancora avere una gran cura perché nessuna legge sia fatta, nessuna costrizione sia imposta per nessun'altra ragione, se non perché la necessità dello stato e il benessere del popolo esigevano quelle leggi e quelle restrizioni; e forse non sarà neppure sufficiente che semplicemente pensi che imposizioni di questo genere e un tal rigore siano necessari o convenienti, fino a quando non abbia seriamente e imparzialmente considerato e discusso se essi sono o non sono necessari. [...] 4) Se in queste opinioni o azioni, il magistrato, per mezzo di leggi o imposizioni, tenta di esercitare repressioni o costrizioninegli uomini, in senso contrario alle persuasioni sincere della loro coscienza, devono essi fare ciò che chiede la loro coscienza, nella misura in cui lo possono fare senza ricorrere alla violenza? Ma tuttavia essi sono nello stesso tempo obbligati a sottomettersi tranquillamente alla pena che la legge infligge per una disobbedienza di questo genere: a questo modo essi assicurano a se stessi il loro fondamentale interesse nell'altro mondo, e non disturbano la pace di questo, non commettono nessun reato verso l'obbedienza che debbono o a Dio o al re, ma danno a entrambi ciò che loro è dovuto, sicché salvano contemporaneamente l'interesse del magistrato e il loro proprio. [...]
III. Dico che oltre le due prime c'è una terza specie di azioni, che sono buone o cattive in se stesse, cioè i doveri della seconda tavola' o le violazioni contro di essa, vale a dire le virtù e i vizi morali dei filosofi. f...] E tuttavia lasciatemi dire, per strano che possa sembrare, che il legislatore non ha nulla che fare con le virtù e i vizi morali, né dovrebbe imporre i doveri della seconda tavola se non semplicemente nella misura in cui servono al bene e alla conservazione dell'umanità sotto il suo governo. [...]
Io penso che dal potere che il magistrato ha sulle buone e cattive azioni conseguirà perciò: 1) che egli non è tenuto a punire tutto, cioè può tollerare alcuni vizi; del resto (sarei contento di saperlo) quale governo del mondo non lo fa? 2) Il magistrato non deve comandare la pratica di nessun vizio, perché un'ingiunzione di questo genere non può essere utile al bene del popolo o alla conservazione del governo.