Il rapporto tra il linguaggio e le idee è uno dei compiti principali che Locke affronta nella sua indagine relativa ai poteri conoscitivi dell'umano intelletto. Sotto questo profilo egli può essere considerato il padre della riflessione logica rivolta al linguaggio che tanta importanza doveva assumere nella filosofia dei nostri giorni.
Sebbene il mio scopo sia di ricercare la conoscenza che la mente dell'uomo ha delle cose come esse sono in se stesse, pure io non potevo evitare questa lunga digressione intorno alle parole, che, essendo quasi tutte generali, sono credute comunemente avere una così vicina connessione con le cose stesse, e di esprimerle così precisamente, che, se questi due, cioè il nome e la cosa, non saranno bene e diligentemente distinti, le nostre intelligenze si troveranno in grande confusione e prenderanno le parole comeprove costanti e regolari per le loro nozioni delle cose, mentre esse non sono più che segni volontari delle nostre proprie idee. Per meglio comprendere ciò, lasciate che io qui tracci i modi con i quali questi nomi generali vengono dapprima a essere formati e applicati: i quali sono, a mio avviso, questi.
La mente per la convenienza di ordinare le sue proprie idee, e per imprimere i suoi propri pensieri ed esprimerli agli altri, si i: fa atta a formare parole generali per esprimere una grande quantità di cose particolari. La prima cosa, allora, che fa, io credo, è di osservare quelle cose che hanno maggiore somiglianza l'una con l'altra e, col raccogliere le idee semplici nelle quali si accordano, di dare quel nome che diventa perciò il nome di una specie. Ad esempio, osservando che molte cose particolari si accordano nella figura, nel potere del riso, e in quello di parlare (cioè nell'uso di suoni significativi o segni universali), di questi caratteri comuni si fa quell'idea, a cui applica il nome di uomo; similmente, le idee di certe forme esterne e del potere di nitrire, messe insieme, prendono il nome cavallo. E così sono formati i nomi meno generali, appartenenti alla prima divisione delle cose nelle aggregazioni minori, perciò chiamate specie. Tuttavia, non sempre accade (a causa della insufficienza di alcune lingue, perché forse le cose non erano conosciute in quel paese, né se ne ebbe notizia se non dopo la costituzione della lingua), che le minori divisioni delle cose abbiano sempre nomi distinti. Poiché non si vede la ragione per cui le rose rosse e le rose bianche non possono esser riconosciute come specie distinte con propri nomi, nello stesso modo delle permains e delle redstreaks (mele rosse), e di parecchie altre specie di mele. Le lingue debbono la loro formazione al caso o ad accidentalità, e sono state adattate agli affari comuni, alle conoscenze volgari e alle cose più in uso, e però non è meraviglia che così accada.
Di nuovo, con uomo e cavallo e diverse altre specie, essendo trovate accordarsi nella facoltà del moto e del senso, viene formata un'idea complessa, a cui vien dato il nome animale, che è un nome più generale di uomo, cavallo, ecc., perché l'idea complessa significata, consistendo di più poche idee semplici, che sono soltanto una parte di quelle che formavano la complessa idea di uomo o di cavallo o di cigno, ecc., rappresenta più cose particolari, e però il nome è più generale, cioè significa un più gran numero di cose particolari di diversa specie. Nello stesso modo è formata l'ancora più generale parola vivente, col riunire le idee complesse appartenenti al nutrimento e allo sviluppo, nelle quali concordano l'idea di vegetali e quella di animali, e però la parola « vivente » è più generale perché significa più cose particolari. E così, l'idea complessa formata di estensione e impenetrabilità è chiamata corpo, con una parola più generale appartenente non soltanto a tutte le cose viventi particolari, ma anche a un gran numero di altri esseri particolari che non hanno nutrimento, né senso, né vita. E finalmente, quando noi immaginiamo qualche sconosciuta ma stabile e immutabile causa dell'unione o esistenza di diverse nostre idee semplici, che noi sappiamo esser cose fugaci e instabili, noi chiamiamo quella con il nome più generale di sostanza, che è applicabile a ogni cosa in cui si trovino le idee semplici, presupponendo che esse non possano esistere senza qualche simile sostegno; e così con questa supposizione sembrerebbe che ci fosse un'idea di sostanza distinta da tutte le nostre idee semplici, sebbene, in realtà, noi non abbiamo tale idea, ma abbiamo soltanto quella di una supposta causa sconosciuta della coesistenza delle idee semplici da noi riscontrate. Per la stessa ragione per cui i nomi generali sono formati per significare molte cose particolari secondo che queste sono state distribuite in diverse classi e specie, ossia sotto diverse complesse idee, per la stessa ragione, dico, gli uomini hanno formato alcuni nomi universali per significare tutte le idee che hanno, e appartenenti ugualmente a ciascuna di loro: tali sono quelli di cosa, essere, entità. E tuttavia, la nozione di essere o di qualche cosa è inadeguata alle idee che noi abbiamo acquistate dal senso e dalla riflessione, e non può essere estesa al di là di queste idee particolari, e però non è una nuova nozione o un'idea innata, ma è soltanto un predicato generale di quelle idee particolari che noi abbiamo appreso dalla nostra propria esperienza ed osservazione.
Io credo che ciò sia evidente da qui. Anzitutto, noi sperimentiamo in noi stessi la facoltà di pensare, e di muovere noi stessi e le altre cose, e con l'alterare il movimento o la situazione di altre cose noi alteriamo frequentemente anche molte delle loro idee sensibili. Poi, avendo coi nostri sensi ottenuto le idee semplici di estensione, di colori, di suoni, di odori, di sapori, ecc., ovunque noi troviamo o supponiamo che ci sia qualcuna di quelle idee semplici, noi diciamo e conchiudiamo che è qualcosa o qualche essere. E chiunque negherà o toglierà ai suoi pensieri il potere di pensare, e di muovere e mutare le idee semplici di altre cose, e toglierà anche l'idea di estensione e tutte le altre idee di senso e di riflessione, in conseguenza toglierà anche la nozione di essere, sì che, quello che rimane, sarà chiamato giustamente il niente. Ed io mi appello ai pensieri di qualsiasi uomo per sapere se oltre queste idee semplici ora menzionate egli abbia alcuna nozione di essere o di cosa in generale. Di qui viene l'evidenza della proposizione non-entis nulla sunt praedicata: poiché, avendo compreso nella nozione di ens tutte le idee particolari che noi abbiamo, e tutti i poteri di alterarle o produrle in qualsiasi modo, noi dobbiamo necessariamente, quando neghiamo l'ens, negare anche tutte quelle idee e poteri, a cui si riferisce la nostra nozione di ens. E che la nozione di essere o di ente non includa in sé niente altro se non le particolari idee semplici che noi abbiamo ottenuto coi sensi o con la riflessione (fra le quali sono da computarsi i poteri di produrre o di alterare quelle idee semplici), è ancora più chiaro da ciò, che, malgrado tutto il gran discutereche si fa intorno all'entità e all'essere, e non ostante la sicura conoscenza che crediamo di averne, noi non siamo da ciò aiutati per la minima scoperta, né ci avviciniamo minimamente alla nozione di sostanza, ossia del substratum comune a ogni essere o i esteso o pensante: tutta la nozione di sostanza riducendosi, alla fine, alle idee di certi poteri sia di mantenere in se stesso diverse idee semplici, e sia di alterare o produrre altre idee semplici in altre cose, o, in breve, al potere di pensare e a quello del modificare i nostri sensi o di fare che altre cose modifichino i nostri i sensi differentemente da quello che facevano prima. In ciò sono incluse tutte le azioni della mente, tutte le qualità sensibili delle cose, e l'efficacia di tutte le cause in tutti gli effetti percepibili o conoscibili da noi, eccetto la creazione; e di muovere o modificare i nostri sensi, o di fare che altre cose modifichino i nostri i sensi differentemente da quello che esse fanno.
Oltre i nomi di idee, vi sono alcuni nomi che gli uomini hanno trovato e dei quali fanno uso, non per significare alcuna idea, ma per significare la mancanza o assenza di qualche idea, semplice o complessa, o di tutte le idee insieme, come sono le parole latine i nemo, nihil, e le parole nostre di ignoranza, di vacuità, ecc. Tutte le quali parole negative o privative non posson essere propriamente dette di non appartenere ad alcuna idea e di non significarne nessuna, poiché allora sarebbero suoni perfettamente insignificanti; ma esse si riferiscono a delle idee positive, e ne indicano l'assenza.
Questa, dunque, è la condizione di tutte le parole generali: che esse sono i nomi delle nostre idee, o ne indicano l'assenza. Soltanto i nomi delle idee semplici, come bleu, caldo, duro, ecc., sono liberi dal dubbio e da ogni incerto significato; poiché le loro idee sono chiare e distinte nelle nostre menti e costantemente le stesse, come i nomi con i quali esse sono chiamate. Se ad un uomo sono mostrati, per esempio, i colori verde e bianco, e gli sono detti i loro nomi, egli non può, finché ritiene quelle idee nella sua memoria, essere in dubbio su che cosa quei nomi significhino, o sbagliare e applicarli ad altre idee, quando egli li ode o altrimenti li incontri. Tutti gli altri nomi, invece, significando una collezione di quelle idee semplici che è di rado esattamente la stessa in due differenti uomini, e spesso muta nello stesso uomo, ognuno deve avere cura di prendere lo stesso nome per la medesima idea, quando usa le parole per l'aiuto del pensiero o della sua memoria, e quando discorre con gli altri; e, se è necessario, dica quale è la complessa idea che è significata con quel nome: così eviterà equivoci, sofismi e frivolezze verbali.
Pure, anche se le sue idee sono d'accordo con la verità delle cose, le sue parole saranno sempre soggette a qualche imperfezione e inconveniente, secondo le regole seguenti:
1° Colui che forma un'idea da una parziale e scarsa collezione di quelle idee semplici che realmente esistono e sono riunite in una specie di cose, ma lascia fuori molte delle considerevoli idee
semplici che vi si trovano costantemente, ha soltanto una parziale nozione di quella cosa o specie di cose come queste veramente sono in se stesse: come un fanciullo, ad esempio, che non abbia altra idea dell'uomo fuorché del colore bianchiccio della faccia e della figura delle parti e dei vestiti. A colui che ha tali idee imperfette di una specie di cose, può accadere, sì, di chiamare le cose coi loro giusti nomi come gli si presentano, e così parlare correttamente, e può anche definire tali nomi secondo l'uso che ne fa; ma non può definirli secondo il loro significato nell'uso comune, ed è anche molto soggetto a parlare spesso impropriamente, cioè a chiamare le cose con altri nomi di quelli che l'uso comune permette.
2° Colui che forma un'idea complessa di una certa collezione di idee semplici come esistono realmente e costantemente in qualche specie di cose, le quali idee non appartengono a nessun'altra, ha una nozione distinta di quella specie di cose come esse in realtà esistono e sono in se stesse. Così, colui che unisce insieme queste idee semplici: giallezza, grande peso (cioè, grande movimento in discesa) associato con l'idea di massa, di fusibilità, di duttilità, di stabilità, ha un'idea distinta di quella specie di cose chiamata oro.
3° Colui che forma nella sua mente un'idea complessa di tutte quelle idee semplici che sono in una specie di cose, ha una perfetta nozione di quella specie di cose, ma di questo egli deve portare prove, fino a che possa trovarne. Solo così un uomo può ii parlare propriamente, definire perfettamente e scientificamente, e dar conto, così, esattamente della natura di quella specie di cose.
4° Chi si forma un'idea di una collezione di idee semplici, le quali sono tra loro incoerenti, e non esistono unite in nessun oggetto, non ha, in questo modo, nessuna nozione di cosa alcuna, ii ma ha soltanto un parto della sua immaginazione; e così, pur usando le parole del suo paese o altra lingua conosciuta, non può mai parlare con proprietà. E nessuno adopera vecchi nomi se ha idee nuove; e perciò egli deve trovare nuovi nomi per le sue nuove produzioni, e definirli poi secondo le idee alle quali egli li applica. Può avvenire, dunque, che qualcuno parli impropriamente se applica alle sue idee parole che l'uso comune ha riservato per idee completamente differenti.
Non aggiungerò più, oramai, che un'osservazione, e con essa porrò fine a questo discorso sulle parole. Voglio soltanto osser i vare quanto le nostre parole dipendano dalle idee comuni del senso, e come le più ovvie idee, quali sono quelle usuali dei nostri sensi, servano per la maggior parte come parole metaforiche che noi applichiamo alle più lontane e astratte nozioni o azioni: per esempio, apprendere, comprendere, aderire, concepire, infondere, disgustare, ecc.: tutte parole, applicate a certi modi di pensare, e prese dalle operazioni delle cose sensibili. Di qui possiamo congetturare quali specie di nozioni, e donde derivate, furono quelle che occuparono le menti di coloro che furono gli iniziatori del linguaggio, e come la natura, anche nel nominare le cose, inconsciamente, suggerì agli uomini l'origine e i principi di tutta la loro conoscenza. Infatti, per dare nomi che potessero far conoscere agli altri nozioni nuove, ossia operazioni che essi sentivano dentro se stessi, furono costretti a prendere in prestito le parole dalle idee comuni e note dei sensi, per fare con quel mezzo concepire più facilmente agli altri quelle operazioni o nozioni che avevano in se stessi, benché esse non avessero di fuori alcuna sensibile manifestazione. E basti questo per le parole.