Qui sorge la questione, se l'uomo sia per natura BUONO o per natura CATTIVO oppure per natura ugualmente sensibile all'una cosa e all'altra, a seconda che egli cada in queste o in quelle mani che lo foggiano. In quest'ultimo caso la SPECIE stessa non avrebbe alcun carattere. Ma questo caso è in sé contraddittorio, perché un essere fornito di ragion pratica e di coscienza della propria libertà (una persona) si sente nella sua coscienza, anche date le più oscure rappresentazioni, sotto una legge del dovere, e avverte (con un sentimento che si dice morale) che con LUI o, per mezzo di lui, con gli ALTRI si o giusti o ingiusti. Ora questo è già il carattere INTELLIGIBILE dell'umanità in genere, e in questo senso l'uomo è naturalmente BUONO. Ma siccome poi l'esperienza anche dimostra che in lui c'è una tendenza a praticamente desiderare ciò che è illecito, pur sapendo che è illecito, cioè ii MALE, tendenza questa che lo muove sempre e subito appena che l'uomo incomincia a far uso della propria libertà, onde essa può considerarsi come innata, così accade che l'uomo nel suo carattere sensibile si possa giudicare anche come cattivo (per natura), senza che ciò sia contraddittorio, se si tratta del CARATTERE DELLA SPECIE, perché si può ammettere che il destino naturale di questa consista nel continuo progresso verso il meglio.
La conclusione dell'antropologia prammatica circa il destino dell'uomo e la caratteristica del suo sviluppo è la seguente. L'uomo è determinato dalla sua ragione a vivere in società con uomini e in essa a COLTIVARSI con l'arte e con le scienze, a CIVILIZZARSI, a MORALIZZARSI, per quanto grande sia la sua tendenza animalesca ad abbandonarsi PASSIVAMENTE agli stimoli del piacere e della voluttà, che egli chiama felicità, ma piuttosto è spinto a rendersi ATTIVAMENTE degno dell'umanità nella lotta con le difficoltà, che gli sono opposte dalla rozzezza della sua natura.
L'uomo ha bisogno, dunque, d'essere EDUCATO al bene; ma colui che ha il dovere di educano è ancora un uomo, che giace tuttavia nella rozzezza della natura e che pure deve produrre ciò di cui egli stesso ha bisogno. Di qui deriva che l'uomo riman sempre lontano dal suo fine, pur ritornando sempre verso di esso. Noi vogliamo accennare alle difficoltà della soluzione di questo problema e agli ostacoli che essa presenta.
A.
Il primo destino fisico dell'uomo consiste nella sua tendenza a conservare la propria specie come specie animale. - Ma qui noi non vogliamo ora far coincidere le epoche naturali del suo sviluppo fisico con quelle dello sviluppo civile. Secondo il primo l'uomo allo stato naturale è SPINTO nel suo quindicesimo anno di vita dall'ISTINTO SESSUALE, ed è anche POTENTE nel produrre e conservare la specie. Secondo lo sviluppo civile invece egli può difficilmente (in genere) tentarlo prima del ventesimo anno. Poiché se il giovane ha abbastanza presto, come cittadino del mondo, il potere di soddisfare la tendenza sua e della donna, egli, come cittadino dello Stato, non ha ancora per lungo tempo il potere di mantenere la moglie e il figlio. - Egli deve apprendere un mestiere, stringere relazioni per incominciare una casa con una donna; per il che, nella classe più civile, può bene trascorrere il venticinquesimo anno prima che egli sia pronto per il suo destino. - Come dunque egli riempirà questo spazio di tempo di una coatta e innaturale continenza? Il più spesso col vizio.
B.
L'istinto verso il sapere, inteso come cultura che nobilita l'umanità, non ha nel complesso della specie nessuna corrispondenza col corso della vita. Lo scienziato, quando è giunto nel sapere al punto di ampliarne il campo, è chiamato dalla morte, e il suo posto lo prende lo scolaro X, il quale, quando ha fatto un passo più in là, lascia in breve prima di morire il posto a un altro. -Quale massa di conoscenze, quale scoperta di nuovi metodi sarebbe stata possibile, se un Archimede, un Newton, un Lavoisier con la loro diligenza e il loro ingegno, senza diminuzione della forza vitale, fossero stati favoriti dalla natura di un secolo di vita? Invece il progresso scientifico della specie è sempre solo frammentario (nel tempo), e non dà nessuna sicurezza contro un regresso, di cui è sempre minacciato dalla barbarie che invade negli intervalli.
C.
Del pari la specie umana non sembra in grado di raggiungere quella FELICITÀ, a cui la sua natura continuamente la spinge, ma che la ragione sottomette alla condizione di rendersi degni della felicità, cioè di esser morali. - Non si può prendere la nera rappresentazione che Rousseau fa del genere umano sforzantesi di uscir fuori dallo stato di natura, come un consiglio a ritornare a quello nelle foreste, ma piuttosto come una reale opinione di lui, con la quale egli esprimeva la difficoltà per la nostra specie di procedere nel solco del continuo progresso verso il proprio destino; non vi si può infatti arrivare a volo: la esperienza dei tempi antichi e dei nuovi deve su di ciò rendere ogni pensante imbarazzato e dubbioso circa la possibilità per la nostra specie di diventar mai migliore.
Le tre opere di Rousseau intorno ai danni che ha recato: 1° ii passaggio dallo stato di natura alla CIVILTÀ con l'indebolimento della nostra forza; 2° l'INCIVILIMENTO con la disuguaglianza e la mutua soggezione; 3° la pretesa MORALIZZAZIONE con l'educazione contraria a natura e con la deformazione del s modo di pensare, - queste tre opere, che rappresentavano lo stato di natura come una condizione di INNOCENZA (a cui il guardiano del paradiso con la sua spada di fuoco impedisce di ritornare), dovevano soltanto porgere al suo Contratto sociale, al suo Emilio e al suo Vicario Savoiardo il filo conduttore per uscire dal labirinto dei mali, in cui la nostra schiatta si è avvolta per sua colpa. - Rousseau in fondo non voleva che l'uomo RITORNASSE allo stato di natura, ma che dal grado, in cui egli ora si trova, dovesse GUARDARE indietro. Egli ammetteva che l'uomo è buono per NATURA (quale si trasmette per eredità), ma in modo negativo, che cioè egli non è per se stesso e volontariamente cattivo, ma solo è in pericolo di essere infettato e corrotto da cattivi e inetti compagni ed esempi. Ma siccome per questo si richiedono ancora uomini BUONI, i quali devono appunto per ciò essere educati, e dei quali non ve ne u sarà alcuno che non abbia in sé (o innata o contratta) una corruzione, così il problema dell'educazione morale per la nostra SPECIE rimane insoluto non solo per rispetto al grado, ma anche per rispetto alla qualità del principio, perché una tendenza cattiva innata può bene esser condannata dalla ragione umana universale, e anche repressa, ma non mai distrutta.
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In una costituzione sociale, che è il più alto grado del progresso artificiale delle buone disposizioni umane verso il termine finale del suo destino, l'ANIMALITÀ rimane sempre in fondo più potente della pura UMANITÀ nelle sue espressioni, e l'animale i addomesticato è soltanto per il suo INDEBOLIMENTO PIU utile all'uomo dell'animale selvaggio. La volontà propria è sempre pronta a irrompere in lotta contro il suo simile, e cerca sempre, nel suo sforzo verso un'illimitata libertà, di essere non solo indipendente, ma anche dominatrice sugli altri esseri per natura i suoi uguali: il che si vede già anche nel più piccolo bimbo,' perché la natura cerca di portarlo dalla cultura alla moralità, e non (come tuttavia prescrive la ragione) dalla moralità e dalla sua legge a una cultura che sia a quella conforme: il che inevitabilmente produce una tendenza disordinata contraria allo scopo. Così per esempio, quando l'insegnamento religioso, che necessariamente deve essere una cultura MORALE, incomincia con l'insegnamento STORICO, che è puramente mnemonico, si cerca invano in questo modo di arrivare alla moralità.
L'educazione del genere umano preso nella sua TOTALITÀ, cioè COLLETTIVAMENTE (universorum), e non quella dei singoli individui (singulorum), in cui la moltitudine non costituisce un sistema, ma solo un aggregato messo insieme, una tale educazione mirante a fondare una costituzione civile che poggia sul principio della libertà, il quale è ad un tempo quello della necessaria conformità alla legge, l'uomo se la attende solo dalla PROVVIDENZA, cioè da una sapienza, la quale non è la sua propria, ma (per sua colpa) è l'IDEA impotente della sua propria ragione. Ora, questa educazione dall'alto al basso è, io dico, salutare, ma è rude e dura per il grande incomodo e lavorio della natura, la quale arriva fin quasi alla distruzione di tutta la specie umana; lavorìo per cui il BENE non propostosi dall'uomo eppure, una volta che si è prodotto, destinato a conservarsi, vien tratto fuori dal MALE, che non riesce mai a conciliarsi con se stesso. La Provvidenza significa appunto questa saggezza, che noi con ammirazione scorgiamo nella conservazione della specie di esseri organizzati, i quali sempre lavorano alla propria distruzione, e che pure sempre si conservano, senza che per questo noi ammettiamo nella Provvidenza un principio superiore, come usiamo di ammettere quando si tratta della conservazione di piante e di animali. - Del resto il genere umano deve e uò essere egli stesso il creatore della propria felicità; ma non si può da disposizioni a noi note della sua natura dedurre a priori che essa lo sarà, bensì soltanto si può dedurlo dalla esperienza e dalla storia insieme con la ben giusta aspettativa che non si deve dubitare del suo progresso verso il meglio, bensì lavorare (ciascuno come può) con prudenza e con moralità per avvicinarci a quel fine.
Si può dunque dire, che il primo carattere dell'uomo è il potere che esso ha come essere razionale di formarsi in genere un carattere per la propria persona come per la società, in cui la natura lo ha posto: il che può già presupporre in lui una favorevole disposizione naturale e una tendenza al bene, perché il male (in quanto implica contraddizione con se stesso e non porge alcun stabile principio) è propriamente senza carattere.
Il carattere di un essere vivente è quello, da cui si può arguire il suo destino. - Ma si può, riguardo i fini della natura ammettere come principio fondamentale, che essa voglia che ogni creatura raggiunga il suo destino con lo sviluppo regolare di tutte le sue facoltà native, affinché, se anche non ogni individuo, almeno la specie raggiunga pienamente lo scopo di essa. - Negli animali privi di ragione questo accade realmente, ed è saggezza della natura; ma nell'uomo questo vale soltanto per la specie. Nella quale, che è la sola ragionevole che noi conosciamo sulla terra, c'è soltanto una tendenza naturale conducente a quel fine, la tendenza cioè a trarre con la sua propria attività dal male lo sviluppo del bene: prospettiva questa che, se non le si oppongano a un tratto rivoluzioni naturali, può essere attesa con CERTEZZA morale (sufficiente per il dovere di conseguire un tal fine). -Vi sono infatti uomini, cioè esseri razionali in vero cattivi, ma tuttavia ricchi di finezza e ad un tempo di disposizione morale, i quali con l'aumento della cultura sentono tanto più fortemente i mali, che tra di loro per egoismo si fanno, e, siccome essi non si vedono davanti nessun altro rimedio a ciò fuorché di sottomettere, sebbene mal volontieri, il senso privato (degli individui) al senso comune (cioè di tutti insieme) di una disciplina (quella della legge civile), alla quale però essi si sottomettono soltanto in base alle leggi date da loro stessi, così essi si sentono nobilitati da questa coscienza di appartenere a una specie, la quale è adatta al destino dell'uomo, quale le è dalla ragione proposto sotto forma ideale.
Delineazione del carattere del genere umano
I. - L'uomo non fu destinato, come l'animale domestico, a far parte di un gregge, ma, come l'ape, a fondare una famiglia. -NECESSITA, quindi, di esser membro di una qualche società civile.
Il più semplice, o il meno artificiale modo di raggiungere un tal fine è quello di avere una sola guida in questa famiglia (la monarchia). - Ma molti sciami di api contigui entrano presto in lotta fra loro (la guerra) come predoni, non però, come fanno gli uomini, per rafforzare il proprio alveare per mezzo della conquista di altri poiché in tal caso vien meno l'uguaglianza, -ma soltanto per utilizzare IN PROPRIO VANTAGGIO con l'astuzia o con la forza la diligenza ALTRUI. Ogni popolo cerca di rafforzarsi sottomettendo i vicini, sia per brama di grandezza o sia per timore di essere ingoiato da un altro, se non lo si previene; così la guerra interna o la esterna, per quanto sia un gran male, è nella nostra specie, come è anche l'impulso a passare dallo stato rozzo di natura a quello CIVILE, a guisa di un meccanismo provvidenziale, per cui le forze opposte con il mutuo attrito si logorano, ma tuttavia vengono dall'urto o dall'intervento di altri motivi conservate a lungo in un regolare procedere.
II. - LIBERTÀ E LEGGE (per mezzo della quale la libertà viene limitata) sono i due cardini, intorno ai quali si muove tutta la legislazione civile. - Ma perché la legge abbia anche effetto e non sia una vuota raccomandazione, ci deve essere un termine medio, cioè una FORZA, la quale, legata con quella, assicuri il successo ai principii. - Ora si possono pensare quattro specie di combinazioni della forza con la libertà e la legge:
a) Legge e libertà senza forza (anarchia)
b) Legge e forza senza libertà (dispotismo)
c) Forza senza libertà e senza legge (barbarie)
d) Forza con libertà e legge (repubblica)
Si vede che soltanto l'ultima combinazione merita di essere chiamata una vera costituzione civile; con la quale però non intendiamo riferirci a una delle tre forme politiche (la democrazia), ma soltanto intendiamo per REPUBBLICA uno stato in generale. Il vecchio motto: salus civitatis (non civium) suprema lex esto non significa che il bene sensibile della comunità (la felicità dei cittadini) deve servire da principio supremo della costituzione politica, perché questo benessere, che ognuno si rappresenta, in quel certo modo o diversamente, a seconda della propria inclinazione, non può valere come principio oggettivo che, come tale, richiede l'universalità; bensì quella sentenza non significa altro che questo: il BENE SPIRITUALE, cioè la conservazione della COSTITUZIONE POLITICA esistente, è la legge suprema di una società civile in generale; perché questa esiste soltanto in forza di quella.
Il carattere della specie, come si rivela dalla esperienza di tutti i tempi e fra tutti i popoli, è questo, che essa, collettivamente presa (come un tutto dell'umana stirpe), è una moltitudine di persone viventi le une accanto alle altre, che non possono FARE A MENO di una coesistenza pacifica, e che tuttavia non possono EVITARE di essere costantemente in guerra le une con le altre. Di conseguenza esse si sentono da natura destinate a costituire, .con la reciproca coazione sotto leggi da loro stesse create, una coalizione, sempre minacciata di sciogliersi, ma in genere progressiva verso una SOCIETÀ CIVILE UNIVERSALE (cosmo politismus): la quale, come idea in sé irraggiungibile, non è un principio costitutivo (dell'attesa di una pace durevole in mezzo alle più violente azioni e reazioni degli uomini), ma solo un principio regolativo dell'assiduo procedere verso di essa società, come destino del genere umano, giustificato da una tendenza naturale in tal senso.
Se ora ci chiediamo se il genere umano (il quale, quando lo si pensa come una specie di ESSERI TERRESTRI ragionevoli in paragone con quelli degli altri pianeti, cioè come una quantità di creature uscite da un demiurgo, può bene esser chiamato anche una RAZZA), se, dico, si debba considerare come una razza buona o cattiva, allora io devo confessare che non c'è molto da vantarsi. Tuttavia chiunque prenda a considerare la condotta degli uomini non solo nella storia antica, ma anche in quella del giorno d'oggi, sarà di spesso tentato di fare ne' suoi giudizi la parte misantropica di TIMONE, ma più di spesso e meglio quella di MOMUS, e trovare più follia che malvagità nei tratti caratteristici della nostra specie. Ma siccome la follia unita con qualche lineamento di malvagità (e allora essa si chiama cattiveria) non si può disconoscere nella fisionomia morale della nostra stirpe, così la segretezza di una buona parte dei proprii pensieri, segretezza che ogni uomo prudente trova necessaria, dimostra abbastanza chiaramente che nella nostra razza ognuno ritiene savio di stare in guardia e di non lasciarsi INTERAMENTE scoprire come egli è: il che dimostra già la nostra tendenza a esser mal disposto l'uno verso l'altro.
Potrebbe bene essere che in qualche altro pianeta ci fossero esseri ragionevoli, i quali non possano pensare altrimenti che in modo aperto, cioè nella veglia come nel sogno, o siano in società o soli, che cioè non possano aver pensieri senza ad un tempo ESPRIMERLI. Quale condotta ne verrebbe nei rapporti reciproci diversa dalla nostra? A meno che essi fossero tutti PURI COME ANGELI, non si vede come possano entrare in relazione fra loro, avere l'un per l'altro soltanto un po' di stima e sopportarsi reciprocamente. - Appartiene dunque alla originaria costituzione di una creatura umana e al concetto della sua razza questo di conoscere i pensieri degli altri e di occultare invece i proprii; la qual bella qualità non manca poi di procedere gradualmente dalla DISSIMULAZIONE all'INGANNO voluto, e finalmente alla MENZOGNA. Il che ci fornirebbe la caricatura della nostra specie, la quale giustificherebbe non solo il RISO allegro di essa, ma anche il DISPREZZO in ciò che la caratterizza, e ci porterebbe ad ammettere che questa razza di esseri ragionevoli non merita fra gli altri (a noi ignoti) un posto d'onore. Ma appunto questo giudizio negativo attesta in noi una disposizione morale, una innata esigenza della ragione di lavorare contrariamente a quella inclinazione, e quindi di rappresentarci l'umanità non come cattiva, ma come una specie di esseri ragionevoli sforzantisi in un continuo progresso in mezzo a ostacoli di andare dal male al bene. La volontà è dunque generalmente buona, l'esecuzione invece è resa difficile dal fatto che il conseguimento dello scopo può essere atteso, non dal libero accordo dei SINGOLI, ma solo dalla progressiva organizzazione dei cittadini della terra in un sistema e per forza di un sistema, che è cosmopoliticamente collegato.