Giudicare una cosa come fine della natura, a causa della sua forma interna, è tutt'altro che considerare come fine della natura l'esistenza di questa cosa. In quest'ultimo caso abbiamo bisogno non soltanto del concetto di uno scopo possibile, ma della conoscenza dello scopo finale (sco pus) della natura, il quale implica un rapporto della natura a qualcosa di soprasensibile, che trascende di molto tutta la nostra conoscenza teleologica della natura: perché lo scopo dell'esistenza della natura stessa deve essere cercato al di sopra della natura. La forma interna di un semplice filo d'erba può dimostrare a sufficienza per la nostra umana facoltà di giudicare, che la sua origine è possibile semplicemente secondo la regola dei fini. Ma, se si prescinde da ciò, e si guarda soltanto all'uso che ne fanno altri esseri naturali, se si tralascia quindi la considerazione dell'organizzazione interna, e si guarda solo alle relazioni finali esterne, come la necessità dell'erba quai mezzo d'esistenza pel bestiame, e di questo per l'uomo; e se non si vede perché è necessario che esistano degli uomini (al che non sarebbe tanto facile rispondere, se si pensa agli abitanti della Nuova Olanda o a quelli della Terra del Fuoco); non si arriva ad alcun fine categorico: ma tutta questa relazione di finalità riposa su di una condizione che si pone sempre più in alto, e che, in quanto incondizionata (l'esistenza di una cosa come scopo finale), sta interamente fuori della considerazione fisico-teleologica del mondo. Ma allora una tal cosa non è uno scopo della natura: perché non la si può considerare (o considerare tutta la sua specie) come una produzione della natura.
Solo la materia, in quanto organizzata, è dunque quella, che implica necessariamente nel proprio concetto uno scopo naturale, perché questa sua forma specifica è nel tempo stesso un prodotto della natura. Ma questo concetto conduce necessariamente all'idea dell'intera natura come un sistema secondo la regola dei fini; alla quale idea deve essere subordinato, secondo principii della ragione, tutto il meccanismo della natura (perché si possano almeno studiare i fenomeni naturali). Tutto nel mondo è buono a qualche cosa, niente vi esiste invano, è un principio inerente alla ragione solo soggettivamente, vale a dire in quanto massima; e dall'esempio che la natura dà nei suoi prodotti organizzati, si è autorizzati, anzi invitati, a non aspettare da essa e dalle sue leggi niente che, nell'insieme, non abbia carattere finale.
Si comprende che questo non è un principio pel Giudizio determinante, ma soltanto pel Giudizio riflettente, che è regolatore e non costitutivo; e che perciò noi riceviamo da esso solo una norma per considerare le cose della natura, relativamente a un principio già dato, secondo un nuovo ordine dileggi, e per estendere la scienza della natura secondo un altro principio, cioè quello delle cause finali, senza pregiudizio per altro di quello del meccanismo della sua causalità. Del resto, in tal modo non si decide punto, se una cosa che giudichiamo secondo questo principio sia uno scopo intenzionale della natura; se l'erba esista pel bue o per la pecora, e se questi animali e le altre cose della natura esistano per gli uomini. [...]
Anche la bellezza della natura, vale a dire il suo accordo col libero giuoco delle nostre facoltà conoscitive nell'apprensione e nel giudizio dei suoi fenomeni, può esser considerata in tal modo come una finalità oggettiva della natura, in quanto questa nel suo insieme può essere un sistema, di cui l'uomo è un membro, dappoiché il giudizio teleologico della natura stessa mediante quei fini che ci forniscono gli esseri organizzati, ci ha autorizzati all'idea di un grande sistema di fini naturali. Noi possiamo considerare come un favore' della natura, che essa abbia, oltre l'utile, dispensato con tanta ricchezza le bellezze e le attrattive, ed amarla perciò, allo stesso modo che la consideriamo con stima per la sua immensità, e che da questa considerazione ci sentiamo nobilitati, proprio come se la natura avesse stabilito ed ornato, soltanto per questo scopo, il suo magnifico teatro.
In questo paragrafo noi vogliamo dire soltanto questo: che cioè dal momento che nella natura abbiamo scoperto una facoltà di formare prodotti, che possono essere concepiti da noi solo secondo il concetto delle cause finali, noi andiamo oltre, e abbiamo bisogno di giudicare come appartenenti ad un sistema di fini anche quelle cose (o il loro rapporto, sebbene finale), che non rendono necessario, per spiegare la loro possibilità, il cercare un altro principio al di là del meccanismo delle cieche cause efficienti; perché già la prima idea, per ciò che riguarda il suo principio, ci conduce al di là del mondo sensibile, giacché l'unità del principio soprasensibile non dev'essere considerata come valida soltanto per certe specie di esseri naturali, ma valida allo stesso modo per l'insieme della natura in quanto sistema. [...] La fisica, per tenersi strettamente nei suoi limiti, astrae dalla questione se i fini della natura siano o no intenzionali, perché questo significherebbe impacciarsi d'un còmpito estraneo (cioè di quello della metafisica). Basta che vi siano oggetti che si possano spiegare, per ciò che riguarda la loro forma interna, o anche soltanto conoscere intimamente, per mezzo soltanto di leggi naturali che possiamo concepire unicamente prendendo l'idea di fine come principio. Per non incorrere nel sospetto che si pretenda anche menomamente di mischiare tra i nostri principii di conoscenza qualche cosa che non appartiene punto alla fisica, cioè una causa sopranaturale, nella teleologia si parla bensì della natura come se la finalità in essa fosse intenzionale, ma nello stesso tempo se ne parla in modo da attribuire quell'intenzione alla natura, vale a dire alla materia; con che si vuoi mostrare (giacché un malinteso non è possibile, non potendo nessuno attribuire ad una materia inanimata l'intenzione del senso proprio della parola), che qui questa parola significa solo un principio del Giudizio riflettente, non del Giudizio determinante: e quindi non introduce un principio particolare di causalità, ma aggiunge soltanto all'uso della ragione un'altra specie d'investigazione, diversa da quella secondo le leggi meccaniche, allo scopo di compensare la defi- cienza di queste ultime nella stessa ricerca empirica di tutte le leggi particolari della natura. Perciò nella teleologia, in quanto si riferisce alla fisica, si parla giustamente della saggezza, dell'economia, della preveggenza, della beneficenza della natura, senza però farne un essere ragionevole (il che sarebbe assurdo), ma anche senza ardire di mettere al disopra di essa un altro essere intelligente, come artefice, perché ciò sarebbe temerario; si designa solamente una specie di causalità della natura secondo una analogia con la causalità nostra nell'uso tecnico della ragione, al fine di aver davanti agli occhi la regola con cui debbono essere studiati certi prodotti naturali.