Il dovere

I. KANT, Critica della ragione pratica,
a cura di F. Capra ed E. Garin, Laterza, Bari 1955, pp. 100-103.


Il concetto del dovere richiede nell'azione, oggettivamente, l'accordo con la legge, ma nella massima di essa, soggettivamente, il rispetto alla legge, come il solo modo di determinazione della volontà mediante la legge. E in ciò consiste la differenza fra la coscienza di aver agito conformemente al dovere e quella d'aver agito per il dovere, cioè pel rispetto alla legge: il primo caso (la legalità) è possibile anche se semplicemente le inclinazioni' siano state i motivi determinanti della volontà; il secondo caso (la moralità), il valore morale, dev'essere posto invece soltanto in ciò: che l'azione avvenga pel dovere, cioè semplicemente per la legge. In tutti i giudizi morali è della più grande importanza far attenzione con somma diligenza al principio soggettivo di tutte le massime, affinché ogni moralità delle azioni venga posta nella necessità di agire per dovere e per rispetto alla legge, non per amore o per propensione a ciò che le azioni devono produrre. Per gli uomini e per tutti gli esseri razionali creati la necessità morale è un costringimento, cioè un obbligo; ogni azione fondata su di essa si deve immaginare come dovere, e non come un modo di procedere che già ci piace o può diventarci piacevole. Proprio come se noi, senza il rispetto alla legge che è legato col timore o almeno con l'apprensione per la trasgressione, non potessimo da noi, come la divinità che è superiore a ogni dipendenza, e quasi per un accordo divenuto naturale per noi, che non dovesse mai esser turbato, della volontà con la legge pura morale (la quale perciò, giacché non potremmo mai tentare di esserle infedeli, potrebbe bene infine cessar di essere un comando per noi), venire in possesso di una santità della volontà.

Vale a dire, la legge morale è per la volontà di un essere perfettissimo una legge della santità, ma per la volontà di ogni essere finito razionale è una legge dei dovere, del costringimento morale e della determinazione delle azioni di essa mediante il rispetto a questa legge e per ossequio al dovere. Non si deve prendere per movente un altro principio soggettivo, poiché altrimenti l'azione può bensì avvenire come la prescrive la legge, ma, essendo essa conforme sì al dovere, ma non compiuta per il dovere, l'intenzione di essa non è morale; ed in questa legislazione si tratta invece propriamente dell'intenzione morale.

E cosa molto bella far del bene agli uomini per amore verso di essi e per affettuosa benevolenza, oppure esser giusti per amore dell'ordine; ma questa non è ancora la vera massima morale del nostro modo di procedere, conforme alla nostra condizione, tra esseri razionali, come uomini, quando pretendiamo, come soldati volontari, con superbia chimerica, di non curarci del pensiero dei dovere e, come indipendenti dal comando, di voler fare soltanto per proprio piacere quello per cui non ci sarebbe necessario alcun comando. Noi stiamo sotto una disciplima della ragione, e in tutte le nostre massime dell'assoggettamento ad essa non dobbiamo dimenticare di non toglierle niente, e di non diminuire con un errore egoistico l'autorità della legge (quantunque l'autorità gliela dia la nostra ragione), ponendo il motivo determinante della nostra volontà, benché conforme al dovere, in qualche cosa di altro dalla legge stessa, e dal rispetto per questa legge. Dovere e obbligo sono le denominazioni che dobbiamo dare soltanto alla nostra relazione con la legge morale. Noi siamo bensì membri legislativi di un regno dei costumi, possibile mediante la libertà, rappresentato a noi mediante la ragion pratica come oggetto di rispetto; ma nello stesso tempo ne siamo i sudditi, non il sovrano, e il disconoscere il nostro grado inferiore come creature, e il rifiuto presuntuoso dell'autorità della legge santa, è già una infedeltà alla legge secondo lo spirito, quand'anche se ne osservi la lettera.

Ma con ciò s'accorda benissimo la possibilità di un comandamento come questo: Ama Dio sopra ogni cosa e il prossimo tuo come te stesso.' Come comandamento infatti esige il rispetto per una legge che comanda l'amore, e non lascia alla scelta arbitraria il farci di questo amore un principio. Ma l'amore di Dio come inclinazione (amore patologico) è impossibile; perché Dio non è un oggetto dei sensi. Un simile amore è bensì possibile verso gli uomini, ma non può esser comandato; poiché non è in potere di nessun uomo amare qualcuno semplicemente per precetto. Dunque è semplicemente l'amore pratico che viene inteso in quel nucleo di tutte le leggi. Amar Dio, in questo senso, vuoi dire eseguir volentieri i suoi comandamenti; amare il prossimo vuoi dire metter in pratica volentieri tutti i doveri verso di esso. Ma il comandamento che fa di ciò una regola non può comandare di aver questa intenzione nelle azioni conformi al dovere, ma soltanto di aspirarvi. Un comandamento infatti che imponga di fare qualcosa volentieri è in sé contraddittorio; perché se sapessimo già da noi medesimi ciò che dobbiamo fare, ed inoltre avessimo coscienza di farlo volentieri, un comandamento a questo riguardo sarebbe affatto inutile; e se noi lo facessimo sì, ma non volentieri, e soltanto per rispetto alla legge, un comandamento, che facesse di questo rispetto il movente della massima, agirebbe affatto in contrario all'intenzione comandata. Quella legge di tutte le leggi presenta dunque, come tutti i precetti morali del Vangelo, l'intenzione morale nella sua intera perfezione come un ideale di santità non raggiungibile da nessuna creatura, e che tuttavia è l'esemplare a cui dobbiamo procurare di avvicinarci e diventar pari in un progresso ininterrotto, ma infinito.