Kant - I sogni della metafisica

I. KANT, Scritti precritici, a cura di P. Carabellese,
Laterza, Bari 1953, pp. 393-394; 238-239.


Aristotele dice in un qualche luogo: « Vegliando, noi abbiamo un mondo comune; ma sognando ciascuno ha il suo mondo ». A me sembra che si possa invertire l'ultima proposizione, e dire: quando di diversi uomini ciascuno ha il suo proprio mondo, è da presumere che essi sognino. Persuasi di ciò, di fronte agli achitetti dei diversi mondi ideali campati in aria, dei quali ciascuno tranquillo occupa il suo mondo con esclusione degli altri, standosene l'uno nell'ordine delle cose che Wolff ha costruito con poco materiale di esperienza, ma più concetti surrettizi, e l'altro in quello che Crusius ha prodotto dal nulla con la magica forza di alcune parole, pensabile ed impensabile, noi, dinanzi alla contraddizione delle loro visioni, pazienteremo, finché questi signori sian usciti dal sogno. Poiché, quando una buona volta essi, a Dio piacendo, veglieranno completamente, cioè apriranno gli occhi ad uno sguardo che non esclude l'accordo con un altro intelletto umano, niuno di essi vedrà nulla che, alla luce delle loro prove, non apparisca anche a tutti gli altri evidente e certo, ed i filosofi abiteranno nello stesso tempo un mondo in comune, qual è quello che già da gran tempo hanno occupato i matematici; e questo importante avvenimento non può differirsi più a lungo, se è da credere a certi segni e presagi che son già comparsi da qualche tempo sull'orizzonte delle scienze. [...]

In metafisica si deve in ogni caso procedere analiticamente, ché suo compito è appunto quello di sciogliere le conoscenze confuse. Se ora confrontiamo l'effettivo procedere dei filosofi, così come viene praticato in tutte le scuole, quanto mai ci apparirà errato! Essi cominciano proprio dai concetti più astratti, ai quali l'intelletto è portato naturalmente soltanto alla fine, perché hanno in testa il metodo dei matematici, che vogliono a tutti i costi imitare. Per questo v'ha una strana differenza tra la metafisica ed ogni altra scienza. Nella geometria e nelle altre discipline matematiche si comincia dalle parti più facili per salire poi gradatamente agli esercizi più difficili. In metafisica invece si comincia dalla parte più difficile: dalla possibilità e dall'esistenza, dalla necessità e dalla casualità ecc., tutti concetti, questi, che richiedono grande astrazione ed attenzione, tanto più che il loro significato nella applicazione subisce una quantità di oscillazioni insensibili alla cui diversità occorre fissare la mente. Si vuole a tutti i costi procedere per sintesi. Perciò si comincia dalle spiegazioni dalle quali poi si traggono fiduciosamente le deduzioni. I filosofi che seguono questa corrente si congratulano vicendevolmente per esser riusciti ad imparare dal geometra il segreto di saper pensare rigorosamente, e non si accorgono affatto che questi acquistano i loro concetti per composizione, mentre essi non possono arrivare ai loro se non per dissoluzione, il che trasforma in tutto il metodo di pensare.

Allorquando i filosofi seguiranno finalmente la via naturale del comune buonsenso, ricercando in primo luogo quel che sanno di certo circa il concetto astratto di un oggetto (per esempio, lo spazio o il tempo), senza sollevare altre pretese di spiegazioni; allorquando fonderanno le loro deduzioni soltanto sopra questi dati sicuri; allorquando in ogni mutamento di applicazione del concetto faranno bene attenzione se il concetto stesso, malgrado l'uguaglianza del termine, non sia forse mutato, può darsi bensì che essi non riescano più a fornire tante conoscenze a buon mercato, ma almeno quelle che presenteranno, avranno un valore sicuro.