Il contratto sociale

D. HUME, Sul contratto originario, a cura di A. Santucci,
in Grande antologia filosofica, cit., pp. 942-947.


Come non esiste partito nell'età presente che possa mantenersi senza un sistema di principi filosofico o speculativo connesso a quello pratico o politico, così notiamo che ciascuna delle fazioni in cui la nazione inglese si divide ha costruito un edificio del primo tipo allo scopo di proteggere e coprire il piano d'azione che si ripromette. Poiché il popolo è solitamente un costruttore assai rozzo, specie sul piano speculativo, e lo è in misura ancora maggiore quando viene spinto da un fanatismo partigiano, è naturale immaginare che l'opera sia un po' informe e sveli tracce evidenti della violenza e della fretta con cui fu elaborata. Un partito, facendo risalire il governo alla Divinità, cerca di renderlo talmente sacro e inviolabile che, per tirannico che possa diventare, sarà poco meno che sacrilego toccano o attaccano anche nella più piccola cosa. L'altro partito, fondando il governo sul consenso del Popolo, suppone che ci sia una specie di contratto originario per cui i sudditi si sono tacitamente riservati il potere di resistere al loro sovrano ogni volta che si trovino oppressi dall'autorità volontariamente affidatagli per certi scopi. Son questi i principi speculativi dei due partiti, e sono anche queste le conseguenze pratiche essi ne deducono.

Presumo di affermare che entrambi questi sistemi di principi speculativi sono esatti, sebbene non nel senso inteso dai due partiti e che entrambi i piani di pratiche conseguenze sono prudenti, anche se non fino al punto a cui ciascun partito ha solitamente cercato di portarle in opposizione all'altro.

Che la Divinità sia l'autrice prima di ogni governo non sarà mai negato da chiunque ammetta una provvidenza universale e riconosca che, nell'universo, tutti gli eventi sono condotti secondo un piano uniforme e diretti a saggi scopi. Poiché è impossibile che la razza umana sussista, in uno stato di agio e di sicurezza, senza la protezione del governo, questa istituzione dev'essere certamente attribuita all'Essere benefico che intende il bene di tutte le sue creature. E giacché il governo è sorto in tutti i paesi e in tutte le età, possiamo concludere con certezza ancora maggiore che esso è stato voluto da quell'Essere onnisciente che nessun evento o azione riuscirà mai ad ingannare. Tutto quel che accade rientra nel piano generale o nell'intenzione della provvidenza; né il più grande e legittimo principe ha maggior ragione di invocare al riguardo una particolare sacertà o un'autorità inviolabile di quel che abbia un magistrato inferiore, un usurpatore, o addirittura un bandito o un pirata. Lo stesso divino sovrintendente che, per saggi scopi, investi d'autorità un Tito o un Traiano, agi con uguale saggezza, anche se inesplicabile, nel dare il potere a un Borgia o a un Angria.

Se consideriamo che gli uomini sono quasi uguali nella forza fisica, e persino nei poteri e facoltà mentali fino a quando non sono coltivati dall'educazione, dobbiamo ammettere necessariamente che solo il consenso avrebbe potuto in origine associarli e sottometterli a un'autorità. Il popolo, se risaliamo alla prima origine del governo nei boschi e nei deserti, è la fonte di ogni potere e s giurisdizione, abbandonando volontariamente per la pace e l'ordine la libertà nativa e ricevendo leggi da un suo membro. Le condizioni alle quali esso era disposto ad assoggettarsi o furono espresse o furono così chiare e ovvie che sembrò inutile esprimerle. Se questo si intende per contratto originario, non si può negare che ogni governo è originariamente fondato su un contratto e che le più antiche e rozze accolte di uomini si sono principalmente costituite su tale principio. Invano ci chiediamo in quali documenti sia registrata questa carta delle nostre libertà. Essa non fu scritta su pergamene, su foglie o scorza d'albero: essa precedette l'uso della scrittura e di ogni altra arte della civiltà. Ma la ritroviamo chiaramente nella natura dell'uomo e nell'eguaglianza, o in qualcosa che s'avvicina all'eguaglianza e che scopriamo in tutti gli individui di quella specie. La forza oggi prevalente, che si fonda su flotte ed eserciti, è evidentemente politica e deriva dall'autorità del governo. La forza naturale di un uomo consiste nel vigore delle sue membra e nella fermezza del suo coraggio, ma queste non basterebbero mai a sottomettere delle moltitudini ai suoi voleri. Soltanto il loro consenso e il senso dei vantaggi che derivano dalla pace e dall'ordine poté sortire quell'influenza.

Nondimeno anche questo consenso riuscì per molto tempo assai imperfetto, e non può aver costituito la base di una amministrazione regolare. Il capotribù, che aveva probabilmente acquistato la sua influenza durante una guerra, comandava più con la persuasione che con l'autorità; e fino a quando egli non usò la forza per domare i refrattari e i disobbedienti, la società non raggiunse uno stato di governo civile. Nessun patto o accordo, è evidente, fu espressamente stipulato per la generale sottomissione, trattandosi di un'idea che andava molto oltre le capacità intellettive di uomini selvaggi. Ogni esercizio di autorità da parte del capotribù deve essere stato particolare e richiesto dalle esigenze del caso. La notevole utilità derivante da questa interposizione fece sì che questi interventi diventassero tutti i giorni più frequenti, e la loro frequenza produsse via via nel popolo una abituale o, se così vi piace chiamarla, volontaria acquiescenza.

Ma i filosofi che hanno aderito ad un partito (se questa non è una contraddizione in termini) non s'accontentano di queste concessioni. Essi sostengono non solo che il governo nella sua prima infanzia nacque dal consenso o piuttosto dall'acquiescenza volontaria del popolo, ma che anche oggi, quando ha raggiunto la piena maturità, non poggia su altro fondamento. Asseriscono che tutti gli uomini sono nati uguali e non devono obbedienza a nessun principe o governo, a meno che non siano vincolati dall'obbligo e sanzione di una promessa. E poiché nessun uomo rinuncerebbe senza un equivalente ai vantaggi della libertà originaria per sottomettersi alla volontà di un altro, questa promessa va sempre intesa in senso condizionale e non impone a lui alcun obbligo se non riceve giustizia e protezione dal proprio sovrano. Questi sono i vantaggi che il sovrano gli promette in cambio, e se manca nell'adempimento egli ha violato per parte sua gli articoli del patto e ha quindi sciolto il suddito da tutti gli obblighi di obbedienza. Tale è in ogni governo, secondo questi filosofi, il fondamento dell'autorità, e tale il diritto dei sudditi alla resistenza.

Ma questi ragionatori, se si guardassero attorno, non troverebbero nulla che corrisponda minimamente alle loro idee o possa giustificare un sistema così elaborato e filosofico. Al contrario, troviamo dovunque dei principi i quali pretendono che i sudditi sono loro proprietà e fanno derivare il loro indipendente diritto di sovranità dalla conquista o dalla successione. Troviamo altresì dei sudditi che riconoscono questo diritto al loro principe e si ritengono nati con l'obbligo di obbedire a un certo sovrano allo stesso modo in cui si sentono costretti alla riverenza e al lavoro verso i genitori. Obbedienza o soggezione diventano tanto abituali che la maggioranza degli uomini non se ne chiede l'origine o la causa, più che non s'interroghi sul principio di gravità, sull'attrito o sulle leggi più universali della natura. E se mai la curiosità li spinge, non appena vengono a sapere che essi e i loro antenati sono stati per parecchie generazioni o da tempo immemorabile soggetti a una tale forma di governo o a una tale famiglia immediatamente consentono e riconoscono il loro obbligo d'obbedienza. Nella maggior parte dei paesi in cui vi recaste a dire che i rapporti politici si fondano interamente sul consenso volontario o su una promessa reciproca, il magistrato vi imprigionerebbe come sediziosi perché allentate i vincoli dell'obbedienza, a meno che non fossero i vostri stessi amici a ricoverarvi come pazzo per avere esposto idee tanto assurde. singolare che un atto della mente compiuto da tutti gli individui, dopo che sono giunti all'uso della ragione, è singolare, dico, che questo atto sia talmente sconosciuto a essi che sulla faccia della terra ne rimane a i stento traccia o ricordo.

Ma il contratto su cui si fonda il governo si dice che sia il contratto originario, e di conseguenza si può supporre troppo antico per venir conosciuto dalla presente generazione. Se con questo si suole intendere l'accordo per cui dei selvaggi s'assodarono i e congiunsero le loro forze per la prima volta, lo abbiamo già ammesso; ma per essere tanto antico e dimenticato da mille cambiamenti di regime e di principi, non si può credere che oggi conservi un'autorità. Se proprio vogliamo dire qualcosa di sensato, dobbiamo asserire che ogni particolare governo legittimo e imponente al suddito un dovere d'obbedienza si fondava in origine sul consenso e su un patto volontario. Ma ciò suppone che il consenso dei padri sia vincolante per i figli, fino alle più remote generazioni (cosa che gli scrittori repubblicani non ammetteranno mai), né è giustificato dalla storia o dall'esperienza di alcuna età i o paese del mondo.

Quasi tutti i governi oggi esistenti, o di cui resta traccia nella storia, si fondarono in origine o sull'usurpazione o sulla conquista o su entrambe, senza nessuna pretesa di aperto consenso o volontaria sottomissione del popolo. A un uomo astuto e audace i posto a capo di un esercito o d'una fazione è spesso facile, con l'uso della violenza o con falsi pretesti, stabilire il proprio dominio su un popolo cento volte più numeroso dei suoi fautori. Egli non permette ai suoi nemici di conoscere con sicurezza il loro numero e forza, non consente loro di riunirsi in un unico corpo i per opporglisi. Quanto a coloro che si son fatti strumenti della sua usurpazione e che possono desiderare la sua caduta, ciascuno ignora le intenzioni dell'altro; questo basta a tenerli sottomessi, né v'è altra causa della sua sicurezza. Molti governi sono stati fondati con simili arti e questo è tutto il contratto originario di i cui possano vantarsi. [...]

Non conta dire che tutti i governi sono o dovrebbero essere fondati in origine sul consenso popolare, per quanto la necessità delle cose umane lo consente. L'obiezione torna a favore della mia tesi. Io sostengo che le cose umane non ammetteranno mai tale i consenso, e di rado la parvenza di esso. La conquista o l'usurpazione, ossia la forza, è, con l'abbattimento degli antichi regimi, l'origine di quasi tutti i nuovi governi sorti nel mondo; nei pochi casi in cui pare che abbia operato il consenso, esso è stato così irregolare, così limitato o misto di frode o di violenza da non i poter avere grande autorità.

Non ho qui intenzione di escludere che il consenso del popolo sia, ove operi, un giusto fondamento di governo. certo il migliore e il più sacro. Io sostengo soltanto che assai raramente esso ha agito in qualche modo, e quasi mai nella sua pienezza. Bisogna i pertanto ammettere anche qualche altro fondamento. Se tutti gli uomini avessero per la giustizia un rispetto così inflessibile da astenersi spontaneamente dalle altrui proprietà, sarebbero rimasti per sempre in uno stato di assoluta libertà senza doversi sottomettere ad un magistrato o ad una società politica. Ma questo è uno stato di perfezione di cui la natura umana è a ragione ritenuta incapace. E ancora, se tutti gli uomini possedessero un intelletto così perfetto da conoscere sempre i loro veri interessi, non ci si sarebbe piegati soltanto a una forma di governo fondata sul consenso e discussa in ogni sua parte da tutti i membri della società. Ma questo stato di perfezione è anche esso molto superiore all'umana natura. Ragione, storia, ed esperienza ci mostrano che le società politiche hanno sempre avuto un'origine meno definita e regolare; e se uno volesse stabilire un periodo in cui il consenso popolare è meno considerato nei pubblici affari, egli i lo indicherebbe proprio nell'atto di fondazione di un nuovo governo. In una costituzione consolidata si consultano spesso le inclinazioni del popolo, ma nel furore delle rivoluzioni, delle conquiste o dei movimenti popolari, sono la forza militare e l'astuzia politica a decidere normalmente della controversia.

Quando si fonda un nuovo governo, quali che siano i mezzi impiegati, il popolo non è di solito soddisfatto e obbedisce più per timore e necessità che per una idea di obbedienza civile o di obbligo morale. Il principe è vigile e geloso e deve guardarsi con attenzione da ogni inizio o apparenza d'insurrezione. Il tempo elimina a poco a poco tutte queste difficoltà e abitua la nazione a considerare legittima o nazionale la famiglia che aveva prima considerato usurpatrice o straniera. Per stabilire questa opinione essi non ricorrono ad alcuna nozione di consenso volontario o di promessa, che, come sanno, in tali casi non fu mai attesa o a richiesta. Il regime originario fu creato dalla violenza e subito per necessità. Anche l'amministrazione successiva è sostenuta dal potere e accettata dal popolo non per una scelta, ma per coercizione. Essi non immaginano che sia il loro consenso a dare al principe un titolo, ma che questo gli derivi dal lungo possesso indipendentemente dalla loro scelta o inclinazione.

Se poi si dicesse che, vivendo sotto il dominio di un principe che egli può abbandonare, ogni individuo ha dato un tacito consenso alla sua autorità e gli ha promesso obbedienza, si può rispondere che un tale consenso implicito ha luogo solo quando un uomo sappia che la cosa dipende dalla sua scelta. Ma quando egli pensa (come tutti gli uomini nati sotto un regime consolidato) che per la sua nascita egli deve obbedienza a un determinato principe o ad una certa forma di governo, sarebbe assurdo parlare di consenso o di scelta. Si può forse dire seriamente che un povero contadino o artigiano abbia libera scelta di lasciare il suo paese, se non conosce nessuna lingua o costumi stranieri e vive giorno per giorno con lo scarso salario che guadagna? Allo stesso modo si potrebbe dire che un uomo, restando su di una nave, consente liberamente al potere del capitano, sebbene sia stato portato a bordo mentre era addormentato e debba saltare nell'oceano e morire il momento in cui lascia la nave.