Il male

D. HUME, Dialoghi sulla religione naturale,
a cura di M. Dal Pra, Bocca, Milano 1947, pp. 122-131.


Si deve, penso, riconoscere che, se un'intelligenza molto limitata, che supporremo assolutamente ignorante dell'universo, venisse assicurata che questo è la produzione d'un essere molto buono, molto saggio e potente, per quanto finito, essa se ne formerebbe prima, secondo le sue congetture, una nozione differente da quella che noi vediamo che è sulla base dell'esperienza. E mai immaginerebbe, dai soli attributi della causa di cui è informata, che l'effetto potesse essere così pieno di difetti, di miseria e di disordine, come appare in questa vita. Supposto ora che questa persona fosse condotta nel mondo, sempre assicurata che è l'opera di un essere così sublime e così buono, potrebbe forse provare della sorpresa per disappunto, ma non ritrarrebbe mai la sua primitiva credenza, se questa si fondasse su qualche argomento molto solido, tenendo conto che un'intelligenza così limitata deve per forza essere persuasa del suo accecamento e della sua ignoranza, e riconoscere che possono esservi molte soluzioni di questi fenomeni, che sfuggiranno per sempre alla sua comprensione. Ma supposto, come è effettivamente il caso per ciò che riguarda l'uomo, che questa creatura non sia preventivamente convinta dell'esistenza d'una suprema intelligenza, buona e potente, ma sia ridotta a ricavare tale credenza dalle apparenze delle cose, il caso cambia del tutto, e mai troverà alcuna ragione in favore di tale conclusione. Essa può essere pienamente convinta degli stretti limiti della sua intelligenza; ma ciò non l'aiuterà a formare un'inferenza relativa alla bontà d'una potenza superiore, poiché le è necessario formare tale inferenza sulla base di ciò che conosce, non sulla base di ciò che non conosce. Più esagerate la sua debolezza ed ignoranza, più la rendete diffidente e più fortemente le fate sospettare che simili argomenti eccedano la portata delle sue facoltà. Voi siete dunque obbligato a ragionare con essa unicamente sulla base dei fenomeni conosciuti e ad abbandonare ogni supposizione o congettura arbitraria.

Se vi mostrassi una casa o un palazzo, in cui non vi fosse un solo appartamento conveniente o gradevole, in cui le finestre, le porte, i camini, i corridoi, le scale e l'intera economia della costruzione fossero la sorgente di rumore, di confusione, di fatica, di oscurità e di sbalzi di caldo e di freddo, biasimereste certamente la disposizione, senz'altro esame. Invano l'architetto spiegherebbe la sua finezza e vi proverebbe che, se quella porta o quella finestra fossero cambiate, ne seguirebbero più gravi inconvenienti. Ciò che dice può essere strettamente vero; il mutamento d'un solo particolare, restando le altre parti della costruzione, può non far altro che aumentare gli inconvenienti. Ma voi continuereste ad affermare in generale che, se l'architetto avesse avuto abilità e buone intenzioni, avrebbe potuto formare un tale piano dell'insieme, ed aggiustare fra loro i particolari in tal maniera, da porre riparo alla totalità o alla maggior parte di questi inconvenienti. La sua ignoranza o anche la vostra stessa ignoranza d'un tale piano non vi convincerà mai della sua impossibilità. Se trovate degli inconvenienti e delle mancanze quali che siano nella s costruzione, senza entrare in alcun particolare, condannerete sempre l'architetto.

In breve, ripeto la domanda: il mondo, considerato in generale, e quale ci appare in questa vita, differisce da ciò che un uomo o qualche essere egualmente limitato attenderebbe in anticipo da una divinità potentissima, sapientissima e buonissima? Ci vuole uno strano pregiudizio per affermare il contrario. E da ciò concludo che, per quanto compatibile possa essere il mondo, a mezzo di certe supposizioni e congetture, con l'idea d'una tale Divinità, non potrebbe mai fornirci l'inferenza in favore della sua esistenza. Non si nega assolutamente la compatibilità, ma soltanto l'inferenza. Delle congetture, quando soprattutto si escluda la infinità degli attributi divini, possono forse esser sufficienti a provare una compatibilità, ma non potranno mai servire di fondamento ad una inferenza qualsiasi.

Sembra che ci siano quattro circostanze, da cui dipendono la totalità o la maggior parte dei mali che torturano le creature sensibili; e non è impossibile che qualcuna di queste circostanze non sia necessaria né inevitabile. Sappiamo così poche cose al di là della vita corrente, o anche così poche cose della vita corrente, che per ciò che riguarda l'economia d'un universo non c'è congettura, per quanto sfrenata, che non possa esser giusta, né alcuna, per quanto plausibile, che non possa essere erronea. Tutto ciò che appartiene all'intendimento umano, in quest'ignoranza ed oscurità profonde, è di essere scettico, o quanto meno circospetto e non ammettere alcuna ipotesi quale che sia; ancor meno, un'ipotesi che non sia sostenuta da alcuna apparenza di probabilità. Ora affermo che tale è il caso per ciò che riguarda tutte le cause del male e le circostanze da cui dipende. Nessuna di queste parrebbe alla ragione umana necessaria o inevitabile al minor grado; e noi non possiamo supporle tali senza la più estrema libertà di immaginazione.

La prima circostanza da cui proviene il male, è questo assestamento o economia della creazione animale, mediante cui pene e piaceri servono ad eccitare tutte le creature all'azione ed a renderle vigilanti nella grande opera della propria conservazione. Ora il piacere solo, nei suoi diversi gradi, sembra all'intelligenza umana sufficiente a questo scopo. Tutti gli animali potrebbero essere costantemente in uno stato di godimento; ma, quando fossero pressati da qualche necessità della natura, come la sete, la fame, la stanchezza, potrebbero anziché pena, avvertire una diminuzione di piacere, da cui sarebbero spinti a ricercare l'oggetto necessario alla loro sussistenza. Gli uomini tendono al piacere così ardentemente come evitano il dolore; quanto meno avrebbero potuto essere così costituiti. Sembrerebbe dunque manifestamente possibile condurre a buon porto l'affare della vita senza alcuna sofferenza. Perché allora un animale qualsiasi è reso suscettibile di tale sensazione? Se gli animali possono esserne liberi per lo spazio di un'ora, potrebbero godere a questo riguardo un'esenzione perpetua; e si richiederebbe, per produrre questo sentimento, una disposizione dei loro organi così particolare come per dotarli della vista, dell'udito o di qualunque dei sensi. Giungeremo a congetturare che una tale disposizione era necessaria, senza alcuna apparenza di ragione? E costruiremo su questa congettura come sulla verità più certa?

Ma una capacità di dolore non produrrebbe dolore da sola, se non fosse la seconda circostanza, cioè il fatto che il mondo è condotto da leggi generali, e ciò non sembra in alcun modo necessario ad un essere perfettissimo. A dire il vero, se ogni cosa fosse condotta da volizioni particolari, il corso della natura sarebbe perpetuamente rotto, e nessuno potrebbe servirsi della ragione nella condotta della vita. Ma altre volizioni particolari non potrebbero rimediare a questo inconveniente? In breve, la divinità non potrebbe estirpare ogni male, dovunque si trovasse, e produrre ogni bene senza alcuna preparazione né lunga progressione di cause ed effetti?

Inoltre, dobbiamo considerare che, secondo la presente economia del mondo, il corso della natura, per quanto lo si supponga esattamente regolare, ai nostri occhi, tuttavia, non appare così; molti avvenimenti sono incerti, e molti ingannano la nostra i attesa. Sanità e malattia, calma e tempesta, un numero infinito d'altri accidenti, le cui cause sono sconosciute e variabili, hanno grande influsso unitamente sulla fortuna degli individui e sulla prosperità delle pubbliche società; e, in verità, tutta la vita umana, in qualche modo, dipende da tali accidenti. Un essere i che conosca i fini segreti dell'universo potrebbe dunque facilmente, con volizioni particolari, far volgere tutti questi accidenti al bene dell'umanità e rendere felice il mondo intero, senza scoprirsi in alcuna operazione. Una flotta i cui destini fossero salutari per la società potrebbe incontrare sempre un vento propizio; i i buoni prIncipi potrebbero godere d'una sanità integra e d'una vita lunga; le persone nate per il potere e l'autorità, essere dotate d'un buon carattere e di disposizioni virtuose. Un piccolo numero di avvenimenti come questi, regolarmente e sapientemente condotti, cambierebbero la faccia del mondo e tuttavia non sembrerebbero turbare il corso della natura o confondere la condotta umana, quanto la presente economia delle cose, in cui le cause sono segrete, variabili e composte. Alcuni piccoli tocchi dati al cervello di Caligola nella sua infanzia l'avrebbero potuto trasformare in un Traiano; un'onda un po' più alta delle altre, seppellendo Cesare e la sua fortuna nel fondo dell'oceano, avrebbe potuto restaurare la libertà per una parte considerevole dell'umanità. Possono per quanto noi sappiamo, esservi delle buone ragioni perché la Provvidenza non si interponga affatto; ma ci sono sconosciute; e per quanto la semplice supposizione che tali ragioni ci sono, possa esser sufficiente a salvare la conclusione relativa agli attributi divini, ancora non potrebbe certamente esser sufficiente a stabilire questa conclusione.

Se ogni cosa nell'universo è condotta da leggi generali, e se gli animali sono resi suscettibili di dolore, sembra appena possibile che non si produca qualche male nei diversi urti della materia e nella coincidenza ed opposizione variata delle leggi generali; ma questo male sarebbe rarissimo, se non fosse la terza circostanza che mi proponevo di ricordare, cioè la grande frugalità con cui tutte le forze e facoltà sono distribuite ad ogni essere particolare. Sono così ben disposti gli organi e le facoltà di tutti gli animali, e così ben adatti alla loro conservazione, che, per tutta la lontananza cui giungono la storia o la tradizione, parrebbe non esservi una sola specie che si sia ancora estinta nell'universo. Ogni animale possiede i doni richiesti; ma questi sono accordati con un'economia così scrupolosa, che ogni diminuzione notevole i trascinerebbe per forza l'intera distruzione della creatura. Ogni volta che si accresce una forza, c'è un abbassamento proporzionale nelle altre. Animali che eccellono in velocità sono ordinariamente sprovvisti di forza. Quelli che possiedono l'una e l'altra, o sono imperfetti in qualcuno dei loro sensi, o sono oppressi dai più insaziabili bisogni. La specie umana, la cui principale superiorità consiste nella ragione e nella sagacia, è la più bisognosa e la più sprovvista di tutte di vantaggi corporei: senza rivestimenti, senza armi, senza nutrimento, senza alloggio, senza alcuna delle comodità della vita, eccezion fatta per ciò che deve alla sua destrezza ed industriosità. In breve, la natura sembra aver fatto un calcolo esatto delle necessità delle creature; e, come un padrone rigido, ha procurato loro poche forze o doni in più dello strettamente sufficiente per soddisfare queste necessità. Un genitore indulgente le avrebbe fornite d'una larga scorta, per proteggerle contro gli i accidenti ed assicurare la felicità ed il benessere della creatura anche nel concorso più sfortunato di circostanze. Ogni corso di vita non sarebbe così stato circondato di precipizi, al punto che il fatto di uscire per quanto poco dal vero sentiero, per errore o necessità, ci dovesse piombare nella miseria e nella rovina. Qualche riserva, qualche fondo avrebbe dovuto esser tenuto pronto per assicurare la felicità; e le forze e le necessità non sarebbero state disposte con un'economia così rigida. L'Autore della natura è inconcepibilmente potente; la sua forza la si suppone grande, se non del tutto inestinguibile; e non c'è alcuna ragione, per quanto noi possiamo giudicarne, che gli faccia osservare questa stretta frugalità nella sua maniera di trattare le creature. Sarebbe stato meglio, se il suo potere era estremamente limitato, creare un più piccolo numero di animali e dotarli di più facoltà per la loro felicità e la loro conservazione. Un costruttore non è mai stimato prudente, se intraprende un piano che supera ciò che i suoi materiali gli consentiranno di condurre a termine.

Per guarire la maggior parte dei mall della vita umana, non esigerei che l'uomo avesse le ali dell'aquila, la rapidità del cervo, la forza del bue, le zampe del leone, le squame del coccodrillo o del rinoceronte; anche meno chiederei la sagacità d'un angelo o di un cherubino. Mi contenterei di aumentare una sola forza o facoltà della sua anima. Sia dotato d'una maggiore propensione all'industriosità ed al lavoro, d'una più vigorosa energia e d'una attività spirituale superiore, d'una più costante inclinazione agli affari e all'applicazione. Che l'intera specie possieda naturalmente una diligenza eguale a quella che molti individui sono capaci di raggiungere coll'abitudine e colla riflessione; e le più benefiche conseguenze, senza alcuna mescolanza di male, sono il risultato immediato e necessario di questo dono. Quasi tutti i mali della vita umana, tanto morali che naturali, provengono dall'ozio; e se la nostra specie fosse, colla costituzione originale della sua struttura, esente da questo vizio o infermità, la perfetta coltura della terra, il progresso delle arti e dei mestieri, l'esatto compimento di ogni ufficio e di ogni dovere ne seguirebbero immediatamente; e gli uomini potrebbero di colpo realizzare quello stato della società che il governo meglio ordinato così imperfettamente realizza. Ma poiché l'industriosità è una forza, e quella che di tutte ha più valore, la Natura sembra determinata, conformemente alle sue massime ordinarie, a non provvederne l'uomo che con mano molto parsimoniosa, e piuttosto a punirlo severamente quando ne manca, che a ricompensarlo quando la consegue. Essa ha disposto la sua struttura in modo, che soltanto la più violenta necessità lo possa obbligare a lavorare; e adopera tutti i suoi altri bisogni, a soccorrere, almeno in parte, alla mancanza di diligenza, e a dotarlo di qualche porzione di questa facoltà, di cui ha giudicato buona cosa privarlo naturalmente. Qui le nostre esigenze possono essere riconosciute molto umili, e quindi tanto più ragionevoli. Se reclamassimo i doni d'una penetrazione e d'un giudizio superiori, d'un gusto più delicato della bellezza, d'una n più fine sensibilità alla benevolenza e all'amicizia, si potrebbe dirci che pretendiamo, da empi, di rompere l'ordine della Natura, che noi cerchiamo di salire ad un più alto gradino dell'esistenza, che i doni che esigiamo, non essendo convenienti al nostro stato e alla nostra condizione, non farebbero che essere dannosi. Ma è duro, oso ripeterlo, è duro che essendo posto in un mondo così pieno di bisogni e di necessità, dove quasi ogni essere e ogni elemento, o sono nostri nemici o ci rifiutano la loro assistenza... noi abbiamo ancora da lottare contro il nostro stesso carattere, e siamo privati della facoltà che ci può sola difendere contro questi n mall moltiplicati.

La quarta circostanza da cui vengono la miseria e il male dell'universo, è l'elaborazione rilassata di tutti gli scopi e principi della grande macchina della natura. Bisogna riconoscere che ci sono poche parti dell'universo che non sembrino servire a qualche scopo, e la cui soppressione non debba produrre una deficienza e un disordine visibili nell'insieme. Le parti si tengono insieme; e non se ne potrebbe toccare una sola, senza intaccare il resto in un grado più o meno elevato. Ma nello stesso tempo si deve osservare che nessuna di queste parti, nessuno di questi principi, per quanto utili siano, è così esattamente disposto per mantenersi precisamente nei limiti in cui risiede la sua utilità, ma che sono tutti soggetti a precipitarsi, in ogni occasione, all'una o all'altra estremità. Si direbbe che questa grande produzione non ha ricevuto l'ultima mano dell'artista, tanto ogni parte è poco finita, talmente rozzi sono i tratti con cui è eseguita. Così, i venti sono richiesti per trasportare i vapori lungo la superficie del globo e per assistere gli uomini nella navigazione, ma quante volte, degenerando in tempeste e uragani, diventano dannosi! Le piogge sono necessarie per nutrire tutte le piante e tutti gli animali della n terra; ma quante volte sono insufficienti! e quante volte eccessive! Il calore è richiesto per ogni vita ed ogni vegetazione, ma non si incontra sempre nella proporzione voluta. Dalla mescolanza e dalla secrezione degli umori e dei succhi del corpo dipendono la sanità e prosperità dell'animale; ma le parti non cornpiono regolarmente la loro funzione. Che cosa di più utile delle passioni tutte dello spirito, ambizione, vanità, amore, collera? Ma quante volte esse rompono i confini, e causano nella società le maggiori convulsioni! Non c'è nulla di così vantaggioso nell'universo, che non divenga frequentemente pericoloso nel suo eccesso o difetto; la natura non si è difesa colla cura richiesta contro ogni disordine e confusione. L'irregolarità non è forse mai così grande da distruggere una qualunque specie, ma è spesso sufficiente a sprofondare gli individui nella rovina e nella miseria.

Dal concorso di queste quattro circostanze dipende la totalità o la maggior parte del male naturale. Se tutte le creature viventi fossero incapaci di pena, o se il mondo fosse amministrato da volizioni particolari, il male non avrebbe mai trovato accesso all'universo; e se gli animali fossero dotati di una larga provvista di forze e di facoltà, al di là di ciò che esige lo stretto necessario o se le diverse energie e principi dell'universo fossero costruiti in modo sufficientemente esatto per conservare sempre il temperamento giusto e il giusto mezzo, vi sarebbe stato necessariamente pochissimo male a paragone di quello che risentiamo effettivamente. Che diremo dunque in quest'occasione? Diremo che queste circostanze non sono necessarie e che avrebbero potuto facilmente essere mutate nella disposizione dell'universo? Questa decisione sembra troppo presuntuosa per creature così cieche ed ignoranti come noi. Siamo più modesti nelle nostre conclusioni! Convenia mo che, se la bontà di Dio (intendo una bontà come quella dell'uomo) potesse essere stabilita su ragioni a priori passabili, questi fenomeni, per quanto incresciosi, non sarebbero sufficienti a rovesciare il suddetto principio, ma potrebbero facilmente, in qualche maniera sconosciuta, conciliarsi con esso. Ma tuttavia affermiamo che, poiché questa bontà non è pregiudizialmente stabilita, ma deve essere inferita sulla base dei fenomeni, non ci può essere alcun motivo in favore di tale inferenza, quando vi sono tanti mali nel mondo, e sarebbe stato così facile porvi rimedio, per quanto l'intelligenza umana possa esser ammessa a giudicare in simile materia. Sono sufficientemente scettico per convenire che le cattive apparenze, nonostante tutti i miei ragionamenti, possono essere compatibili con attributi come voi li supponete; ma sicuramente non potrebbero mai provare questi attributi. Tale conclusione non potrebbe risultare dallo scetticismo; bisogna che provenga dai fenomeni, e dalla nostra fiducia nei ragionamenti che deduciamo da questi fenomeni. Vedete, intorno a voi, questo universo. Quale immensa profusione di esseri animati ed organizzati, senzienti ed agenti! Voi ammirate questa varietà e fecondità prodigiose. Ma esaminate un po' più da vicino queste esistenze viventi, le sole che valga la pena di considerare. Quanto sono ostili e distruttrici le une per le altre! Quanto insufficienti tutte quante, per la loro felicità! Quanto disprezzabili e odiose per uno spettatore! Il tutto non risveglia altra idea che quella d'una natura cieca, impregnata da un grande principio vivificante, e che lascia cadere dal suo grembo, senza discernimento né cura materna, i suoi figli storpi e abortivi!

Qui il sistema manicheo si offre come un'ipotesi capace di risolvere la difficoltà; e indubbiamente, sotto certi riguardi, è molto specioso, e presenta più probabilità dell'ipotesi ordinaria, in quanto dà una spiegazione plausibile della strana mescolanza di bene e di male che si manifesta nella vita. Ma se consideriamo d'altra parte l'uniformità e l'accordo perfetto delle parti dell'universo, non vi scopriremo alcuna traccia della lotta d'un essere cattivo contro un essere buono. C'è indubbiamente un'opposizione di dolori e di piaceri nelle affezioni delle creature senzienti; ma tutte le operazioni della natura non si compiono forse mediante un'opposizione di principi, quello del caldo e del freddo, dell'umidità e del secco, del leggero e del pesante? La vera conclusione è che la fonte originale di tutte le cose è interamente indifferente a tutti questi principi, e non ha più riguardo del bene che del male, del caldo che del freddo, del secco che dell'umido, del leggero che del pesante.

Vi sono quattro ipotesi possibili riguardo alle prime cause dell'universo:

  • che siano dotate d'una perfetta bontà,
  • che possiedano una perfetta malizia,
  • che siano opposte e possiedano ad un tempo bontà e malizia,
  • che non possiedano né bontà né malizia. Dei fenomeni mescolati non potrebbero mai provare i due primi principi, che sono esenti da mescolanza.
    L'uniformità e la fermezza delle leggi generali sembra che si oppongano alla terza. La quarta sembra dunque di molto la più probabile.

    Quel che ho detto del male naturale si applicherà al male morale, con poco o nessun mutamento; e noi non abbiamo più ragione d'inferire che la rettitudine dell'Essere supremo rassomiglia alla rettitudine umana, quanto di inferire che la sua bontà somiglia a quella degli uomini. Di più, si penserà che noi abbiamo ancor più motivi di negargli i sentimenti morali, quali noi li proviamo, poiché il male morale, secondo l'opinione di molti, supera di molto il bene morale più che il male naturale non superi il bene naturale.

    Ma se questo non dovesse essere ammesso, se la virtù che c'è nell'umanità dovesse esser riconosciuta molto superiore al vizio, tuttavia, per il tempo in cui ci sarà nell'universo qualche vizio, voi Antropomorfisti,' sarete molto imbarazzati a rendervene conto. Bisogna che gli assegniate una causa, senza far ricorso alla causa prima. Ma, poiché ogni effetto deve avere una causa, e questa causa un'altra a sua volta, vi è necessario o seguire il processo in infinitum, o fermarvi a quel principio originale che è la causa ultima di tutte le cose...