L'associazionismo

D. HUME, Ricerche sull'intelletto umano e sui principi della morale,
cit., pp. 25-6; 51-56.


È evidente che c'è un principio di connessione fra i differenti pensieri o idee della mente e che, nel loro apparire alla memoria o alla immaginazione, essi si presentano con un certo metodo e con una certa regolarità. Nei pensieri o discorsi più seri, questo si può osservare così bene, che ogni pensiero particolare, il quale rompa il regolare susseguirsi o concatenarsi delle idee, viene immediatamente rilevato e respinto. Ed anche nelle fantasticherie più sfrenate e vagabonde, anzi negli stessi veri sogni troveremo, se riflettiamo, che l'immaginazione non corre del tutto a caso, ma che vien sempre mantenuta una connessione fra le diverse idee, che si succedono l'una all'altra. Se fossero trascritte le conversazioni più sciolte e libere, vi si osserverebbe subito qualche cosa che le connette in tutti i loro passaggi. Se ciò non si verifica, la persona che ha rotto il filo del discorso vi potrà sempre informare del fatto che una successione di pensieri le s'era svolta nella mente e l'aveva a poco a poco allontanata dall'argomento della conversazione. Si è trovato in lingue diverse, anche in quelle fra le quali non possiamo sospettare la minima connessione o comunicazione, che le parole che esprimono idee fra le più composte, egualmente corrispondono in modo stretto l'una all'altra: prova certa che le idee semplici, comprese nelle idee complesse, sono legate insieme da qualche principio universale, che opera allo stesso modo in tutti gli uomini.

Per quanto il fatto che le differenti idee sono connesse insieme sia troppo ovvio per sfuggire all'osservazione, non trovo che qualche filosofo abbia tentato di enumerare o di classificare tutti i principi di associazione; materia, tuttavia, che sembra meritevole di attenzione. A me pare che ci siano soltanto tre principi di connessione fra le ide, cioè somiglianza, contiguità nel tempo e nello spazio, a causa ed effetto.

Non ci saranno molti dubbi, credo, sul fatto che questi princìpi servono a connettere le idee. Un ritratto conduce naturalmente il pensiero all'originale; il ricordo d'una stanza in una casa introduce naturalmente una domanda o un discorso intorno alle altre stanze; e se pensiamo ad una ferita, è difficile che ci si possa trattenere dal riflettere al dolore che ne segue. Ma che questa enumerazione sia completa, e che non vi siano altri principi di associazione all'infuori di questi, può essere difficile da provare in modo soddisfacente per il lettore, o anche per noi stessi. Tutto quello che possiamo fare, in questi casi, è di scorrere parecchi esempi, di esaminare accuratamente il principio che lega i differenti pensieri l'uno all'altro e di non fermarci finché non abbiamo reso il principio il più generale possibile. Più casi esamineremo e più cura impiegheremo e tanto maggiore sicurezza potremo acquistare che l'enumerazione elaborata come risultato dell'insieme è completa ed esauriente. [...]

Supponete che una persona, sebbene dotata delle più robuste capacità di ragionamento e di riflessione, venga portata all'improvviso in questo mondo; essa osserverebbe certo immediatamente una continua successione di oggetti, un fatto dopo l'altro; ma non riuscirebbe a scoprire qualche cosa di più. Sulle prime non riuscirebbe, con qualche ragionamento, a conseguire l'idea di causa ed effetto, poiché i poteri particolari, dai quali vengono compiute tutte le operazioni della natura, non appaiono mai ai sensi; né è ragionevole concludere, soltanto perché un avvenimento, in un caso, ne precede un altro, che perciò uno è la causa e l'altro è l'effetto. La loro congiunzione può essere arbitraria e casuale. Può non esserci alcuna ragione per inferire l'esistenza dell'uno dall'apparire dell'altro. In una parola, una tale persona, senza maggiore esperienza, non potrebbe mai adoperare la sua & congettura o il suo ragionamento intorno a qualche questione di fatto né potrebbe esser sicura di qualche cosa all'infuori di ciò che è immediatamente presente alla sua memoria ed ai suoi sensi.

Supponete, ancora, che essa abbia acquisito maggiore esperienza e che abbia vissuto così a lungo nel mondo da aver osservato oggetti o avvenimenti familiari che sono costantemente congiunti insieme; qual è la conseguenza di quest'esperienza? Quella persona inferisce immediatamente l'esistenza di un oggetto dall'apparire dell'altro. Finora essa non ha acquisito, con tutta la sua esperienza, alcuna idea o conoscenza del potere segreto con cui l'un oggetto produce l'altro; né è che essa sia costretta a trarre quest'inferenza da qualche processo di ragionamento. Ma tuttavia essa si trova costretta a trarla; e anche se fosse convinta che il suo intelletto non ha alcuna parte nell'operazione, continuerebbe egualmente nello stesso corso di pensiero. V'è qualche altro principio che la costringe a formare una tale conclusione.

Questo principio è la consuetudine o abitudine. Infatti ovunque la ripetizione di qualche atto od operazione particolare produce una inclinazione a ripetere lo stesso atto o la stessa operazione, senza la spinta di qualche ragionamento o processo dell'intelletto, noi diciamo sempre che questa inclinazione è l'effetto della consuetudine. Adoperando questa parola, non pretendiamo d'aver dato la ragione ultima di tale inclinazione. Noi non facciamo che indicare la presenza di un principio della natura umana, che è universalmente riconosciuto e che è molto noto nei suoi effetti. Forse non possiamo spingere più oltre le nostre ricerche, o pretendere di dare la causa di questa causa; ma dobbiamo contentarci di essa come del principio ultimo che noi possiamo indicare di tutte le conclusioni derivate dall'esperienza. E soddisfazione sufficiente che ci sia possibile giungere a tanta distanza, senza che ci si affligga della ristrettezza delle nostre facoltà perché esse non ci condurranno più avanti. E certo che, quanto meno, noi qui mettiamo avanti una proposizione molto intelligibile, se non vera, quando affermiamo che, in seguito alla costante congiunzione di due oggetti - calore e fiamma, per esempio, peso e solidità - noi siamo costretti, dalla consuetudine soltanto, ad aspettarci l'uno in derivazione dell'apparire dell'altro. Quest'ipotesi sembra anche la sola che spieghi la difficoltà, perché noi traiamo da un centinaio di casi un'inferenza che non riusciamo a trarre da un solo caso, il quale non è, sotto alcun riguardo, diffe rente da quelli. La ragione è incapace di un passaggio del genere. Le conclusioni che essa trae dalla considerazione di un cerchio sono le stesse che formerebbe osservando tutti i cerchi dell'universo. Ma nessuno, avendo visto soltanto un corpo muoversi dopo esser stato spinto da un altro, inferirebbe che ogni altro corpo si muoverà dopo un simile impulso. Tutte le inferenze dall'esperienza, dunque, sono effetti di consuetudine, non di ragionamento.

La consuetudine, dunque, è la grande guida della vita umana. E questo quell'unico principio che ci rende utile l'esperienza e i che ci fa attendere, per il futuro, un seguito di avvenimenti simile a quello che ci si è presentato nel passato. Senza l'influsso della consuetudine saremmo del tutto ignoranti di ogni materia di fatto all'infuori di ciò che è immediatamente presente alla memoria ed ai sensi. Noi non saremmo mai in grado di adattare i i mezzi ai fini, o di usare i nostri poteri naturali nella produzione di qualche effetto. Si avrebbe la fine, nello stesso tempo, di ogni azione, come anche della parte principale della speculazione.

Ma qui può essere opportuno notare che, sebbene le conclusioni ricavate dall'esperienza ci conducano al di là della memoria e dei sensi, e ci assicurino di stati di fatto che sono avvenuti nei luoghi più distanti e nelle età più remote, tuttavia qualche fatto deve sempre esser presente ai sensi o alla memoria, perché da esso noi possiamo dapprima muovere nel trarre le conclusioni. Un uomo, che trovasse in un paese deserto i resti di un edificio pomposo, concluderebbe che quel paese fu, in tempi remoti, coltivato da abitanti inciviliti; ma se nulla del genere gli si presentasse, non potrebbe mai trarre una simile inferenza. Noi impariamo a conoscere gli avvenimenti delle prime età in base alla storia; ma allora dobbiamo leggere attentamente i volumi nei quali è contenuta questa materia, e di là far risalire le nostre inferenze da una testimonianza all'altra fino ad arrivare ai testimoni oculari ed a coloro che furono presenti a quei lontani avvenimenti. In una parola, se non prendessimo le mosse da qualche fatto, presente alla memoria o ai sensi, i nostri ragionamenti risulterebbero meramente ipotetici; e per quanto ogni singolo anello della catena fosse legato con ciascun altro, l'intera catena di inferenze non avrebbe nulla su cui poggiare, né potremmo mai, con tali mezzi, arrivare alla conoscenza di qualche esistenza reale. Se domando perché credete in qualche determinato fatto di cui state parlando, i dovete dirmi qualche ragione; e questa ragione sarà qualche altro fatto, connesso con quello. Ma poiché non potete procedere a questo modo, in infinitum, dovete per ultimo metter capo a qualche fatto, che è presente alla vostra memoria o ai vostri sensi; oppure dovete ammettere che la vostra credenza è completamente i senza fondamento.

Quai è, dunque, la conclusione di tutta la questione? E una conclusione semplice, per quanto, bisogna ammetterlo, del tutto remota dalle comuni teorie filosofiche. Ogni credenza in questioni di fatto o in reali esistenze è derivata soltanto da qualche 0ggetto, presente alla memoria o ai sensi, e da una congiunzione derivante da consuetudine fra quello e qualche altro oggetto. In altre parole: avendo trovato, in molti casi, che alcune coppie di oggetti, - fiamma e calore, neve e freddo - sono sempre state congiunte insieme; se una fiamma o della neve si presentano di nuovo ai sensi, la mente è portata dalla consuetudine ad aspettarsi caldo o freddo, ed a credere che tale qualità esiste e che si manifesterà a un ulteriore avvicinamento. Questa credenza è il risultato necessario del fatto che la mente si trova in tali circostanze. E un'operazione dell'anima che, quando noi ci troviamo in queste condizioni, è inevitabile come il sentire la passione dell'amore quando riceviamo dei benefici, o la passione dell'odio quando veniamo ingiuriati. Tutte queste operazioni sono specie di istinti naturali, che nessun ragionamento o processo di pensiero e di intelletto sono in grado né di produrre, né di impedire.

A questo punto, ci sarebbe senz'altro permesso di sospendere le nostre ricerche filosofiche. Nella maggior parte delle questioni non possiamo fare un solo passo di più; ed in tutte le questioni dobbiamo metter capo a questo punto, dopo la maggior parte delle nostre incessanti e diligenti ricerche.