Hobbes - II linguaggio come calcolo

T. HOBBES, Leviatano, a cura di G. Micheli,
La Nuova Italia, Firenze 1976, pp. 30-35.


L'uso generale della parola è quello di trasferire il nostro discorso mentale in discorso verbale, o la serie dei nostri pensieri in una serie di vocaboli, e ciò per due vantaggi, di cui uno è la registrazione delle conseguenze dei nostri pensieri, i quali, essendo atti a sfuggire alla memoria e a porci di fronte ad una nuova fatica, possono essere di nuovo rievocati da quei vocaboli con cui furono contrassegnati. Cosicché il primo uso dei nomi è quello di servire da contrassegni o note della memoria. Si ha l'altro, quando parecchi usano gli stessi vocaboli per significarsi l'un l'altro (mediante la connessione e l'ordine di essi) ciò che concepiscono o pensano su ciascuna questione, e anche ciò che desiderano, temono o per cui hanno qualche altra passione. In questo uso sono chiamati segni. Usi speciali della parola sono questi: primo, registrare ciò che con la cogitazione troviamo essere la causa di qualcosa, presente o passata, e ciò che troviamo poter essere prodotto o effettuato da cose presenti o passate; ciò è, insomma, l'acquisizione delle arti; secondo, mostrare agli altri la conoscenza che abbiamo conseguito, cioè consigliarsi e istruirsi l'un l'altro; terzo, far conoscere agli altri i nostri voleri e propositi per poter avere mutuamente ciascuno l'aiuto dell'altro; quarto, compiacere e dilettare noi stessi e gli altri, con il trastullarci con i nostri vocaboli per piacere o per ornamento, innocentemente.

Per questi usi ci sono anche quattro corrispondenti abusi. Si ha il primo quando gli uomini registrano in modo sbagliato i loro pensieri, per l'incostanza del significato dei loro vocaboli, per cui registrano come una loro concezione quel che non hanno mai concepito, e così si ingannano. Il secondo, quando usano i vocaboli in senso metaforico, cioè in altro senso che non quello per cui sono ordinati; con ciò ingannano gli altri. Il terzo, quando dichiarano per mezzo di vocaboli una volontà che non hanno. Il quarto, quando usano i vocaboli per affliggersi' l'un l'altro: infatti, dato che la natura ha armato le creature viventi, alcune di denti, altre di corna, e altre di mani per affliggere un nemico, non è che un abuso della parola affliggerlo con la lingua, a meno che non sia uno che siamo obbligati a governare, e allora non è un affliggere, ma un correggere e un emendare.

Il modo con cui la parola serve a ricordare la conseguenza delle cause e degli effetti, consiste nell'imposizione dei nomi e nella loro connessione.Dei nomi, alcuni sono propri e singolari, per una sola cosa, come Pietro, Giovanni, questo uomo, questo albero; altri sono comuni a molte cose, come uomo, cavallo, albero, ognuno dei quali, benché non sia che un nome, è non di meno il nome di diverse cose particolari, rispetto alle quali, prese tutte insieme, è chiamato un universale, non essendovi nel mondo niente di universale se non i nomi; infatti, le cose nominate sono tutte individuali e singolari.

Un nome universale viene imposto a molte cose per la loro somiglianza in qualche qualità o altro accidente; e mentre un nome proprio reca alla mente una cosa sola, gli universali ne richiamano una qualunque di quelle molte.

Dei nomi universali, alcuni sono di maggiore, altri di minore estensione, ed il più largo comprende il meno largo; altri ancora sono di eguale estensione e ciascuno comprende l'altro reciprocamente. Per esempio, il nome corpo è di significato più largo del vocabolo uomo e lo comprende; i nomi uomo e razionale sono di eguale estensione, comprendendosi reciprocamente l'un l'altro. Ma qui dobbiamo prendere cognizione che con un nome non si intende sempre, come nella grammatica, un solo vocabolo, ma talvolta, per circorilocuzione, molti vocaboli insieme. Infatti tutti questi vocaboli, colui che nelle sue azioni osserva le leggi del suo paese, non fanno che un nome, equivalente a questo unico vocabolo, giusto.

Per mezzo di questa imposizione di nomi, alcuni di più largo, altri di più stretto significato, noi volgiamo il calcolo delle conseguenze degli appellativi. f...]

Quando due nomi sono congiunti insieme in una conseguenza

o affermazione come questa, un uomo è una creatura vivente, o

quest'altra, se egli è un uomo è una creatura vivente, se il secondo nome, creatura vivente, significa tutto quello che significa il nome precedente, uomo, allora l'affermazione o conseguenza è vera; altrimenti è falsa. Infatti vero o falso sono attributi delle parole, non delle cose. E dove non c'è parola, non c'è né veritàfalsità; ci può essere errore, come quando aspettiamo ciò che non sarà, o quando sospettiamo ciò che non è stato, ma in nessuno dei due casi un uomo può essere accusato di falsità.

Dato allora che la verità consiste nel retto ordinamento dei nomi nelle nostre affermazioni, chi cerca la precisa verità ha bisogno di ricordarsi che cosa vale ogni nome che usa, e di collocarlo in conformità; altrimenti si troverà inviluppato nei vocaboli, come un uccello nella pania, il quale più si dibatte, più resta invischiato. Perciò nella geometria (che è la sola scienza che finora è piaciuto a Dio di largire all'umanità) gli uomini cominciano con lo stabilire il significato dei vocaboli e chiamano questo stabilire i significati definizioni e le pongono all'inizio del loro calcolo.

Da ciò appare come sia necessario per chiunque aspiri alla vera conoscenza, esaminare le definizioni degli autori precedenti o per correggerle qualora siano state poste negligentemente, o per assumerle egli stesso. Infatti gli errori delle definizioni si moltiplicano da sé in modo conforme al procedere del calcolo e conducono gli uomini ad assurdità, che alla fine essi vedono, ma che non possono evitare senza riprendere il calcolo dall'inizio, dove si trova il fondamento dei loro errori. Onde accade che coloro che si fidano dei libri fanno come quelli che computano parecchie piccole somme in una più grande, senza considerare se quelle somme siano state computate correttamente o no, e alla fine, trovando l'errore visibile, e non diffidando dei loro primi fondamenti, non sanno per quale via sbrigarsi, ma consumano il loro tempo a svolazzare sui libri, come uccelli che, entrati dal camino, e trovandosi chiusi in una camera, svolazzano verso la falsa luce di una finestra a vetri, i perché non hanno l'ingegno per considerare per quale via sono entrati. Cosicché nella retta definizione dei nomi sta il primo uso della parola, che è l'acquisizione della scienza, e nelle definizioni sbagliate o in nessuna definizione sta il primo abuso, da cui procedono tutte le opinioni false e senza senso, che rendono quegli i uomini che traggono la loro istruzione dall'autorità dei libri e non dalla propria meditazione, tanto al disotto della condizione degli ignoranti, quanto quelli dotati di vera scienza ne sono al di sopra. Infatti, tra la vera scienza e le dottrine erronee, l'ignoranza sta nel mezzo. Il senso e l'immaginazione naturali non sono soggetti ad assurdità. La natura in se stessa non può errare; e siccome gli uomini abbondano nell'uso copioso del linguaggio, così diventano più saggi o più pazzi di quanto lo si sia ordinariamente.