La vera sapienza non è altro che la conoscenza della verità in ogni materia. Ed essa, consistendo nel ricordo delle cose, stimolato con dei nomi certi e definiti, non ha bisogno di un ingegno vivace e d'un impulso improvviso, ma solo della retta ragione, cioè della filosofia. Però quante sono le specie difatti di cui può occuparsi la ragione umana, in tante branche si suddivide la Filosofia, che poi sono diversamente chiamate secondo la diversità della materia trattata. Difatti, quella che tratta delle figure si chiama Geometria, del movimento, Fisica, del diritto naturale, Morale; ma tutte insieme formano la Filosofia: come avviene del i mare che, a seconda della terra che bagna, si chiama qui Britannico, lì Atlantico, altrove Indiano, ma tutto insieme forma l'Oceano.
I cultori di geometria, poi, hanno egregiamente coltivato la loro branca; qualunque aiuto, infatti, può trarre la vita umana dall'osservazione delle stelle, dalla descrizione della terra, dalla misura del tempo, dalle navigazioni in terre lontane; qualunque cosa c'è di bello negli edifici, di resistente nei bastioni, di mirabile nelle macchine; qualunque cosa, infine, distingue l'epoca nostra dalla primitiva barbarie è quasi tutto un beneficio della Geometria.
Se i filosofi morali avessero compiuto la loro funzione con esito uguale a quello ottenuto dai geometri, non vedo che cosa in questa vita potrebbe contribuire alla felicità più dell'attività umana. Se si avesse, infatti, la nozione delle azioni umane con la stessa esattezza con cui nelle figure si ha la nozione delle grandezze, l'ambizione e l'avarizia, la cui forza è basata sulle false opinioni che il volgo ha intorno ai concetti di diritto e di ingiuria, sarebbero impotenti (ad agire) e l'umanità godrebbe d'un periodo di pace così costante, da far sembrare che non si dovrebbe più combattere, se non per ragioni di territorio, cioè per il moltiplicarsi degli uomini. Adesso, invece, la guerra, con la spada e con la penna, è continua, la conoscenza del diritto e delle leggi naturali non è maggiore che in altri tempi, tra due parti contrastanti ognuno difende il proprio diritto con le massime dei filosofi, la stessa azione da alcuni è lodata e da altri biasimata, ogni uomo approva oggi quello che biasimò ieri e stima con diverso criterio in altre persone le azioni che egli stesso ha compiute: tutto ciò dimostra molto chiaramente che le cose finora scritte dai filosofi morali non hanno giovato per niente alla conoscenza della verità; e che sono apparse adatte non ad illuminare le menti, ma a confermare con eloquio ricco di sentimento le opinioni tradizionali. A questa parte della filosofia, dunque, capita la stessa cosa che avviene nelle vie pubbliche: tutti le imboccano e vi camminano avanti e indietro, alcuni passeggiano per divertimento, altri fan baruffa, ma niente si conclude. E la ragione di ciò pare sia questa, che nessuno di quelli che trattano questa materia ha saputo trovare il punto di partenza dell'insegnamento.
Il punto iniziale della scienza, infatti, non può essere preso, come in una circonferenza, a nostro arbitrio.
Nelle stesse tenebre ha origine il filo del dubbio con la cui guida si esce alla luce chiarissima; e qui è il punto di partenza dell'insegnamento; successivamente poi la luce, per l'inverso sentiero, è indirizzata a chiarire i dubbi. Tutte le volte, dunque, che uno scrittore abbandona per ignoranza quel filo o lo spezza per suo vantaggio, non descriverà le tracce della scienza, ma quelle dei suoi errori. Per la quai cosa, quando rivolsi i miei pensieri alla ricerca della giustizia naturale, fui dallo stesso nome di giustizia (Con cui si vuole indicare la costante volontà di attribuire ad ognuno il proprio diritto) premunito che bisogna innanzi tutto ricercare la causa per la quale qualcuno asserisce che una cosa è sua piuttosto che di un altro. Essendo noto che una simile pretesa di proprietà non deriva dalla natura, ma dall'accordo degli uomini (poiché questi in un secondo momento hanno tra loro distribuito ciò che la natura aveva offerto a tutti), fui attratto da un'altra quistione, quella cioè di indagare a quale scopo e per quale necessità gli uomini che possedevano in comune tutte le cose, abbiano preferito che ognuno si appropriasse di quelle di cui aveva bisogno.
E notai che dalla comunione delle cose, a causa della lotta violenta degli uomini per il maggior uso di esse, sarebbe necessariamente derivata la guerra, e con essa ogni genere di sciagure; ed una simile conseguenza, per istinto di natura, è fuggita da tutti. Trovai così due tendenze certe della natura umana, una di naturale bramosia, per la quale ognuno reclama per sé solo l'uso delle cose comuni; l'altra di ragione naturale, per la quale ognuno cerca di evitare la morte violenta come il maggior male della natura.
Da tali principi mi sembra in questo piccolo lavoro di poter dedurre, e con evidentissima connessione, la necessità di osservare i patti e di mantenere la parola data, e poi di ricavare gli elementi della virtù morale e dei doveri civili.