Obiezioni e risposte

Il cogito: Obiezioni di Hobbes e Gassendi


Obiezione di Hobbes
R. CARTESIO, Meditazioni filosofiche, cit., pp. 165-167; 170-173.


«Io sono una cosa che pensa». Ben detto; poiché, dal fatto che penso o dal fatto che ho un'idea, sia vegliando, sia dormendo, s'inferisce che io sono pensante: infatti queste due cose: «Io penso» e «io sono pensante» significano la stessa cosa.
Dal fatto che io sono pensante ne segue «che io sono» poiché quel che pensa non è un niente.
Ma dove il nostro autore aggiunge: «cioè uno spirito, un'anima, un intelletto, una ragione», di là nasce un dubbio.
Infatti non mi sembra ben dedotto questo ragionamento di dire: «io sono pensante», dunque «io sono un pensiero»; oppure «io sono intelligente», dunque «io son un intelletto». Poiché nella stessa guisa potrei dire: «io son passeggiante», dunque «io son una passeggiata!

Il Signor Des Cartes, dunque, prende la cosa intelligente e l'intellezione, che ne è l'atto, per una medesima cosa. O, almeno, asserisce essere la stessa cosa, da una parte, la cosa che intende, e dall'altra l'intelletto che è una potenza o facoltà di una cosa intelligente.
Nondimeno, tutti i filosofi distinguono il soggetto dalle sue facoltà e dai suoi atti. Cioè , tutti i filosofi distinguono soggetto dalle sue proprietà e dalle sue essenze. Infatti: altro è la cosa stessa che è, ed altro la sua essenza.
Dunque, può ben essere che una cosa che pensa

  • sia il soggetto dello spirito, della ragione o dell'intelletto
  • e, pertanto, che sia qualche cosa di corporale,
  • ed il contrario di questa ipotesi è assunto o postulato, ma non provato.
    E tuttavia, è in ciò che consiste il fondamento della conclusione che il Signor Des Cartes sembra voglia stabilire.

    RISPOSTA DI CARTESIO

    Dove ho detto: «cioè uno spirito, un'anima, un intelletto, una ragione, e così via», non ho punto inteso con questi nomi le sole facoltà, ma le cose dotate della facoltà di pensare, come si suole intendere con i due primi nomi, ed assai spesso anche con i due ultimi: il che ho così spesso spiegato, ed in termini così espliciti, da non comprendere che vi sia stato luogo di dubitarne.

    E non vi è punto qui rapporto o convenienza fra la passeggiata ed il pensiero, perché la passeggiata non è mai intesa altrimenti che come l'azione stessa; ma il pensiero si prende

  • qualche volta per l'azione,
  • qualche volta per la facoltà,
  • e qualche volta per la cosa in cui risiede questa facoltà.

    Ed io non dico che l'intellezione e la cosa che intende siano una stessa cosa.
    E non dico neppure che lo siano la cosa che intende e l'intelletto, se l'intelletto è preso per una facoltà, ma solamente quando esso è preso per la cosa stessa la quale intende.
    Ora, confesso francamente che, per significare una cosa o una sostanza, che io volevo spogliare di tutte le cose che non le appartengono punto, mi sono servito di termini semplici ed astratti per quanto ho potuto, come, al contrario, questo Filosofo, per significare la stessa sostanza, ne impiega altri assai concreti e composti, cioè quelli di soggetto, di materia e di corpo, allo scopo d'impedire, per quanto può, che si possa separare il pensiero dal corpo.
    Ed io non temo che il modo di cui egli si serve, che è di unire così parecchie cose insieme, sia trovato più adatto per giungere alla conoscenza della verità che il mio, per mezzo del quale distinguo, per quanto posso, ogni cosa.
    Ma non fermiamoci di più alle parole, e veniamo alla cosa di cui si tratta.

    «Può essere», egli dice, «che una cosa che pensa sia qualche cosa di corporale, ed il contrario di ciò è affermato, ma non provato».
    Tutt'altro.

  • Io non ho punto avanzato il contrario,
  • e non me ne sono in alcun modo servito di fondamento,
  • ma l'ho lasciato interamente indeterminato sino alla sesta meditazione, nella quale esso è provato.

    OBBIEZIONE DI P. GASSENDI

    [...] Voi conoscete distintamente di essere per il fatto che vedete e conoscete distintamente l'esistenza di questa cera e di tutti i suoi accidenti, ma che non provano punto che perciò voi conoscete distintamente o indistintamente ciò che siete o qual è la vostra natura; e, nondimeno, era quel che bisognava principalmente provare, poiché non si dubita punto della vostra esistenza.

    Badate tuttavia [Š] che,

  • mentre voi non ammettete niente altro in voi che lo spirito, e che perciò stesso non volete concedere di aver degli occhi, delle mani, né alcuno degli altri organi del corpo, voi parlate,
  • nondimeno, della cera e dei suoi accidenti, che vedete e che toccate e così via, i quali, pertanto, a dir vero, non potete né vedere, né toccare, o, per parlare secondo voi, non potete pensare né di vedere né di toccare senz'occhi e senza mani. [Š]

    Di voi, che altro avete detto, se non che siete punto un'accolta di parti corporali, né un'aria o un vento o una cosa che cammina o che sente, ecc.?
    Ma quando vi si accordassero tutte queste cose (benché ne abbiate, nondimeno, confutato alcune), nondimeno non è quel che noi attendevamo. Poiché, a dir vero, tutte queste cose non sono se non negazioni, e non vi si domanda mica che ci diciate quel che non siete, ma, bensì, che ci insegniate quel che siete.


    RISPOSTA DI CARTESIO

    Mi stupisco che voi confessiate che tutte le cose che io considero nella cera provano bensì che io conosco distintamente che esisto, ma non già che cosa io sono o qual è la mia natura, visto che l'una cosa non si dimostra senza l'altra.
    E non veggo che cosa possiate desiderare dippiù, riguardo a questo, se non che vi si dica di che colore, di che odore e di che sapore è lo spirito umano, o di quale sale, zolfo e mercurio è composto; poiché voi volete che, come per una specie di operazione chimica, ad esempio del vino, noi lo passiamo per il lambicco, per sapere che cosa entra nella composizione della sua essenza. Il che, certo, è degno di voi, o carne, e di tutti quelli che, nulla concependo se non confusamente, non sanno quel che si debba ricercare di ogni cosa.
    Ma, quanto a me, non ho mai pensato che, per rendere manifesta una sostanza, ci fosse bisogno di altro che di scoprire i suoi vari attributi.
    Infatti, più attributi noi conosciamo di qualche sostanza, più perfettamente anche ne conosciamo la natura.
    Più precisamente: come possiamo distinguere molti vari attributi nella cera,

  • l'uno che essa è bianca,
  • l'altro che è dura,
  • l'altro che di dura divien liquida, ecc.;
    così ve ne sono altrettanti nello spirito;
  • l'uno, che esso ha la facoltà di conoscere la bianchezza della cera;
  • l'altro, che ha la facoltà di conoscerne la durezza,
  • l'altro che può conoscere il cambiamento di questa durezza o la liquefazione, ecc.;
    Infatti v'ha chi può conoscere la durezza senza conoscere perciò la bianchezza, come un cieco nato, e così del resto.
    Dal che si vede chiaramente che
  • non v'è cosa alcuna di cui si conoscano tanti attributi, quanti del nostro spirito, perché quanti se ne conoscano nelle altre cose, tanti se ne possono contare nello spirito, pel fatto che questo li conosce;
  • e quindi la sua natura è più nota di quella di ogni altra cosa.

    Infine, voi mi biasimate qui di sfuggita, perché, nulla avendo messo in me tranne lo spirito, parlo, nondimeno, della cera che i vedo e tocco, il che, nondimeno, non può farsi senza occhi e senza mani.
    Ma voi avete dovuto notare che ho avvertito espressamente che non si trattava qui della vista o del tatto, che han luogo per l'intermediario degli organi corporali, ma del solo pensiero di vedere e di toccare, che non ha bisogno di quegli organi, come i sperimentiamo tutte le notti nei nostri sogni.
    E certo l'avete notato benissimo, ma avete voluto solamente far vedere quante assurdità ed ingiusti cavilli son capaci d'inventare quelli che lavorano non tanto a concepir bene una cosa, quanto ad impugnarla e contradirla.


    L'accusa di circolo vizioso

    Obiezione di Arnauld R. CARTESIO, Meditazioni filosofiche, cit., pp. 196-198.

    Non mi resta che uno scrupolo: che è di sapere in che modo può evitare un circolo vizioso quando dice «che noi non siamo sicuri che le cose che concepiamo chiaramente e distintamente sono vere se non perché Dio è o esiste».
    Infatti, noi non possiamo essere sicuri che Dio è, se non perché concepiamo ciò con tutta chiarezza e distinzione; e dunque, prima di essere certi dell'esistenza di un Dio dobbiamo esser certi che tutte le cose che concepiamo chiaramente e distintamente sono tutte vere.

    Risposta di Cartesio

    Infine ho già fatto vedere assai chiaramente [Š] di non essere caduto nell'errore che si chiama circolo quando ‹ facendo distinzione delle cose che concepiamo in effetti con tutta chiarezza da quelle che ci ricordiamo di avere altra volta concepito con tutta chiarezza ‹ ho detto

  • che noi non siamo certi che le cose da noi concepite con tutta chiarezza e distinzione sono tutte vere se non perché Dio è o esiste;
  • e che non siamo certi che Dio è o esiste, se non perché concepiamo ciò con tutta chiarezza e distinzione;
    Infatti
  • in primo luogo, noi siamo sicuri che Dio esiste, perché prestiamo la nostra attenzione alle ragioni che ci provano la sua esistenza;
  • ma dopo di questo, basta che ci ricordiamo di aver concepito una cosa chiaramente per essere sicuri che è vera: il che non basterebbe se non sapessimo che Dio esiste e che non può essere ingannatore.