Volontà e errore

R. CARTESIO, I principi della filosofia, cit., pp. 88-90.


31. I nostri errori, se riferiti a Dio, sono soltanto negazioni; se a noi, privazioni.

Ora poiché, sebbene Dio non sia ingannatore, succede tuttavia spesso che noi c'inganniamo, per investigare sull'origine e la causa dei nostri errori, e per imparare a premunirci da essi, si deve avvertire che essi non dipendono tanto dall'intelletto, quanto dalla volontà; e che non sono cose, alla cui produzione sia richiesto un reale concorso di Dio: ma quando son riferiti a lui, sono soltanto negazioni; e quando son riferiti a noi, privazioni.


32. .Vi sono in noi due soli modi di pensare, vale a dire la percezione dell'intelletto e l'operazione della volontà.

Infatti tutti i modi di pensare che esperimentiamo in noi, si possono riportare a due generali: uno è la percezione ossia l'operazione dell'intelletto; l'altro, la volizione ossia l'operazione della volontà. Giacché sentire, immaginare, e intendere puramente, sono soltanto modi diversi di percepire; come pure desiderare, avversare, affermare, negare, dubitare, sono modi diversi di volere.


33. .Noi non erriamo se non quando giudichiamo di una cosa non sufficientemente percepita.

Ora quando percepiamo qualcosa, purché soltanto non affermiamo né neghiamo nulla di essa, è manifesto che non c'inganniamo; come neanche quando soltanto affermiamo o neghiamo che quanto percepiamo chiaramente e distintamente lo si deve così affermare o negare: ma soltanto quando (come avviene), sebbene non percepiamo bene qualcosa, tuttavia ne giudichiamo.


34. .Per giudicare si richiede non solo l'intelletto, ma anche la volontà.

E per giudicare si richiede sì l'intelletto, poiché di una cosa che in nessun modo percepiamo, nulla possiamo giudicare; ma si richiede anche la volontà, affinché sia prestato l'assenso a una cosa in qualche modo percepita. Non si richiede però (almeno per giudicare in un modo qualsiasi) una percezione della cosa intera ed onnicomprensiva; infatti possiamo assentire a molte cose che peraltro conosciamo molto oscuramente e confusamente.


35. .Questa ha un'estensione più vasta di quello, e quindi è la causa degli errori.

E la percezione dell'intelletto non si estende se non a quelle poche cose che le si offrono, ed è sempre molto limitata. La volontà invece si può dire in certo modo infinita: poiché non avvertiamo mai nulla che possa essere oggetto di qualche volontà altrui, o anche di quella immensa che è in Dio, cui non si estenda anche la nostra al punto che facilmente la estendiamo oltre quelle cose che percepiamo chiaramente; e quando facciamo ciò, non è strano che ci succeda di ingannarci.


36. .I nostri errori non possono imputarsi a Dio.

Né tuttavia ci si può in alcun modo figurare Dio autore dei nostri errori, per il fatto che non ci ha dato un intelletto onnisciente. E infatti in ragione di un intelletto creato, di essere finito; e in ragione di un intelletto finito, di non estendersi a tutto.


37. La somma perfezione dell'uomo è di agire liberamente, ossia tramite la volontà; e perciò è reso degno di lode o biasimo.


Si addice invece alla natura della volontà di avere una larghissima apertura; e la somma perfezione dell'uomo è di agire tramite la volontà, cioè liberamente; e così di essere in un qualche peculiar modo autore delle sue azioni, e di meritar lode per esse. Non si lodano infatti gli automi, per il fatto che compiono esattamente tutti i movimenti per i quali sono stati costruiti, poiché necessariamente li compiono così; si loda invece il loro artefice, che li ha fabbricati non necessariamente, ma liberamente. E per la medesima ragione noi quando accogliamo il vero meritiamo sicuramente di più che se non potessimo non accoglierlo, per il fatto di accoglierlo agendo volontariamente.