Il Dio verace

R. CARTESIO, Meditazioni filosofiche, cit., pp. 87-90.


Ora io chiuderò gli occhi, turerò le mie orecchie, distrarrò tutti i miei sensi, cancellerò anche dal mio pensiero tutte le immagini delle cose corporali, o almeno, poiché ciò può farsi difficilmente, le riputerò come vane e come false, e così, trattenendo solamente me stesso e considerando il mio interno, cercherò di rendermi a poco a poco più noto e più familiare a me stesso.

Io sono una cosa che pensa, cioè che dubita, che afferma, che nega, che conosce poche cose, che ne ignora molte, che ama, che odia, che vuole, che non vuole, che immagina anche, e che sente.

Poiché, come ho notato prima, sebbene le cose che io sento ed immagino non siano forse nulla affatto fuori di me ed in se stesse,

  • Io sono tuttavia sicuro che quelle maniere di pensare che chiamo sensazioni ed immaginazioni, per il solo fatto che sono modi di pensare, risiedono e si trovano certamente in me.
  • Ed in quel poco che testé ho detto io credo di aver riportato tutto ciò che so veramente, o, almeno, tutto ciò che fin qui ho notato di sapere.

    Ora considererò più esattamente se forse non si trovino in me altre conoscenze che io non abbia ancora percepite.
    Io sono certo di essere una cosa che pensa; ma non so io, dunque, anche ciò che è richiesto per rendermi certo di qualche cosa?
    In questa prima conoscenza non si trova nient'altro che una chiara e distinta percezione del fatto che io conosco; percezione, la quale, a dir vero, non sarebbe sufficiente per assicurarmi che essa è vera, se potesse mai accadere che si trovasse esser falsa una cosa che io concepissi così chiaramente e distintamente.
    E pertanto mi sembra che già possa stabilire per regola generale che tutte le cose che noi concepiamo molto chiaramente e molto distintamente sono tutte vere.

    Tuttavia io ho accolto ed ammesso per lo innanzi come affatto certe e manifeste parecchie cose, le quali, nondimeno, ho riconosciuto dopo essere dubbie ed incerte.
    Quali erano, dunque, quelle cose? Erano la Terra, il Cielo, gli Astri, e tutte le altre cose che percepivo per mezzo dei miei sensi.
    Ora, che cosa io concepivo chiaramente e distintamente in esse?
    Certo niente altro se non questo: che le idee o i pensieri di queste cose si presentavano al mio spirito. Ed ancora adesso io non nego punto che queste idee s'incontrino in me.
    Ma vi era ancora un'altra cosa che asserivo e che, a causa dell'abitudine che avevo di credervi, pensavo di percepire assai chiaramente, sebbene, veramente, non la percepissi punto, cioè che vi erano delle cose fuori di me

  • dalle quali provenivano queste idee
  • ed alle quali esse erano affatto simili.
    Ed era in questo che m'ingannavo; o, se forse giudicavo secondo verità, nessuna conoscenza che io avessi era causa della verità del mio giudizio.

    Ma quando io consideravo qualche cosa di assai semplice e facile riguardante l'Aritmetica e la Geometria, per esempio che due e tre, sommati assieme, producono il numero cinque, ed altre cose simili, non le concepivo io almeno abbastanza chiaramente per asserire che erano vere?
    Certo, se io ho giudicato di poi che si poteva dubitare di queste cose non è stato per altra ragione, se non perché mi veniva in mente che, forse, un qualche Dio aveva potuto darmi una tale natura che m'ingannassi anche sulle cose che mi sembrano le più manifeste.
    Ma
    1. Tutte le volte che questa opinione, di sopra concepita, della sovrana potenza di un Dio si presenta al mio pensiero, io sono costretto a confessare che gli è facile, s'egli lo vuole, di fare in guisa che io m'inganni, anche sulle cose che credo di conoscere con una evidenza grandissima.
    2. E al contrario, tutte le volte che mi volgo verso le cose che penso di concepire assai chiaramente, io sono talmente persuaso da esse, che da me stesso mi lascio trascinare a queste parole: - M'inganni chi potrà, ma è pur vero che egli non saprebbe mai fare

  • che io non sia niente, mentre che penserò di essere qualcosa;
  • che un giorno sia vero che io non sia mai stato essendo vero adesso che io sono;
  • oppure che due e tre, sommati assieme, facciano più o meno di cinque,
  • cose simili, che io veggo chiaramente non potere essere in altra maniera di come le concepisco.

    E certo, poiché non ho nessuna ragione di credere che vi sia qualche Dio che sia ingannatore, poiché anzi non ho ancora considerato quelle ragioni che provano esservi un Dio, la ragione di dubitare che dipende solo da questa opinione è ben leggiera e, per così dire, Metafisica.
    Ma, per poterla del tutto togliere,

  • Io debbo esaminare se v'è un Dio, tostoché l'occasione se ne presenterà.
  • E se trovo che ve ne sia uno, debbo anche esaminare se esso può esser ingannatore: perché, senza la conoscenza di queste due verità, non veggo come io possa mai essere certo di qualche cosa.


    L'esistenza di Dio R. CARTESIO, Discorso sul metodo, cit., p. 81.


    Dei pensieri riguardanti le molte e varie cose fuori di me, come il cielo, la terra, la luce, il calore e mille altre, non mi preoccupavo molto di sapere donde mi fossero venuti, perché, non notando in essi nulla che sembrasse renderli superiori a me, potevo ritenere che, se veri, dipendessero da me in quanto la mia natura aveva qualche perfezione; se falsi, mi venissero dal nulla, ossia fossero in me per quel che in me era di manchevole.
    Ma lo stesso non poteva essere per l'idea di un essere più perfetto del mio,

  • poiché derivarla dal nulla era cosa manifestamente impossibile; e, d'altra parte,
  • poiché a voler far dipendere il più perfetto dal meno perfetto non v'è minore difficoltà che dal nulla ricavar qualcosa, io non la potevo derivare neppure da me stesso.
    Essa doveva, dunque, esser stata messa in me da una natura
  • realmente più perfetta di me,
  • e tale, anzi, che avesse in sé tutte le perfezioni di cui io potevo avere qualche idea, cioè, per dirla con una parola sola, che fosse Dio.

    Aggiunsi quest'altra riflessione: che, siccome conoscevo alcune perfezioni di cui ero del tutto privo,
    1. io non ero il solo essere che esistesse,
    2. ma bisognava, di necessità, che ce ne fosse qualche altro più perfetto,

  • dal quale io dipendessi e
  • e dal quale io avessi ricevuto tutto quanto avevo.
    Infatti, se fossi stato solo e indipendente da ogni altro, in modo da aver avuto da me stesso tutto quel poco per cui partecipavo (mi si permetta di far uso qui, liberamente, dei termini scolastici) dell'essere perfetto, avrei potuto
  • darmi da me stesso, per la medesima ragione, tutto il di più che sapevo mancarmi,
  • ed essere così io stesso infinito, eterno, immutabile, onnisciente e onnipotente,
  • e avere in fine tutte le perfezioni che potevo notare in Dio.
    Secondo il mio modo di ragionare, infatti, per conoscere la natura di Dio per quanto la mia ne era capace, io non avevo che da considerare, di tutte le cose di cui trovavo in me qualche idea, se fosse o no una perfezione possederle: ed ero sicuro che nessuna di quelle che denotano qualche imperfezione era in lui, ma che vi erano tutte le altre.
    Vedevo, ad esempio, che il dubbio, l'incostanza, la tristezza e le altre cose come queste, non potevano esservi, dal momento ch'io stesso sarei stato ben contento d'esserne esente.
    Inoltre, io avevo idee di molte cose sensibili e corporee: infatti, anche supponendo di sognare, e che tutto quanto vedevo o immaginavo fosse falso, non potevo negare, tuttavia, che quelle idee non fossero realmente nel mio pensiero. Ora, io avevo già riconosciuto, in me stesso, e nel modo più chiaro, che la natura intelligente è distinta da quella corporale; e però, considerando che ogni composizione implica una dipendenza, e che la dipendenza è manifestamente un difetto, ne conchiusi che non poteva essere una perfezione l'esser composto di quelle due nature, e che, per conseguenza, Dio non lo era.
    E se c'erano nel mondo degli esseri corporei, o anche delle intelligenze o altre nature che non fossero del tutto perfette, il loro essere doveva dipendere dalla sua potenza per tal modo che senza di Lui non potevano sussistere un sol momento.