Ora io chiuderò gli occhi, turerò le mie orecchie, distrarrò tutti i miei sensi, cancellerò anche dal mio pensiero tutte le immagini delle cose corporali, o almeno, poiché ciò può farsi difficilmente, le riputerò come vane e come false, e così, trattenendo solamente me stesso e considerando il mio interno, cercherò di rendermi a poco a poco più noto e più familiare a me stesso.
Io sono una cosa che pensa, cioè che dubita, che afferma, che nega, che conosce poche cose, che ne ignora molte, che ama, che odia, che vuole, che non vuole, che immagina anche, e che sente.
Poiché, come ho notato prima, sebbene le cose che io sento ed immagino non siano forse nulla affatto fuori di me ed in se stesse,
Ora considererò più esattamente se forse non si trovino in me altre conoscenze che io non abbia ancora percepite.
Io sono certo di essere una cosa che pensa; ma non so io, dunque, anche ciò che è richiesto per rendermi certo di qualche cosa?
In questa prima conoscenza non si trova nient'altro che una chiara e distinta percezione del fatto che io conosco; percezione, la quale, a dir vero, non sarebbe sufficiente per assicurarmi che essa è vera, se potesse mai accadere che si trovasse esser falsa una cosa che io concepissi così chiaramente e distintamente.
E pertanto mi sembra che già possa stabilire per regola generale che tutte le cose che noi concepiamo molto chiaramente e molto distintamente sono tutte vere.
Tuttavia io ho accolto ed ammesso per lo innanzi come affatto certe e manifeste parecchie cose, le quali, nondimeno, ho riconosciuto dopo essere dubbie ed incerte.
Quali erano, dunque, quelle cose? Erano la Terra, il Cielo, gli Astri, e tutte le altre cose che percepivo per mezzo dei miei sensi.
Ora, che cosa io concepivo chiaramente e distintamente in esse?
Certo niente altro se non questo: che le idee o i pensieri di queste cose si presentavano al mio spirito. Ed ancora adesso io non nego punto che queste idee s'incontrino in me.
Ma vi era ancora un'altra cosa che asserivo e che, a causa dell'abitudine che avevo di credervi, pensavo di percepire assai chiaramente, sebbene, veramente, non la percepissi punto, cioè che vi erano delle cose fuori di me
Ma quando io consideravo qualche cosa di assai semplice e facile riguardante l'Aritmetica e la Geometria, per esempio che due e tre, sommati assieme, producono il numero cinque, ed altre cose simili, non le concepivo io almeno abbastanza chiaramente per asserire che erano vere?
Certo, se io ho giudicato di poi che si poteva dubitare di queste cose non è stato per altra ragione, se non perché mi veniva in mente che, forse, un qualche Dio aveva potuto darmi una tale natura che m'ingannassi anche sulle cose che mi sembrano le più manifeste.
Ma
1. Tutte le volte che questa opinione, di sopra concepita, della sovrana potenza di un Dio si presenta al mio pensiero, io sono costretto a confessare che gli è facile, s'egli lo vuole, di fare in guisa che io m'inganni, anche sulle cose che credo di conoscere con una evidenza grandissima.
2. E al contrario, tutte le volte che mi volgo verso le cose che penso di concepire assai chiaramente, io sono talmente persuaso da esse, che da me stesso mi lascio trascinare a queste parole: - M'inganni chi potrà, ma è pur vero che egli non saprebbe mai fare
E certo, poiché non ho nessuna ragione di credere che vi sia qualche Dio che sia ingannatore, poiché anzi non ho ancora considerato quelle ragioni che provano esservi un Dio, la ragione di dubitare che dipende solo da questa opinione è ben leggiera e, per così dire, Metafisica.
Ma, per poterla del tutto togliere,
Dei pensieri riguardanti le molte e varie cose fuori di me, come il cielo, la terra, la luce, il calore e mille altre, non mi preoccupavo molto di sapere donde mi fossero venuti, perché, non notando in essi nulla che sembrasse renderli superiori a me, potevo ritenere che, se veri, dipendessero da me in quanto la mia natura aveva qualche perfezione; se falsi, mi venissero dal nulla, ossia fossero in me per quel che in me era di manchevole.
Ma lo stesso non poteva essere per l'idea di un essere più perfetto del mio,
Aggiunsi quest'altra riflessione: che, siccome conoscevo alcune perfezioni di cui ero del tutto privo,
1. io non ero il solo essere che esistesse,
2. ma bisognava, di necessità, che ce ne fosse qualche altro più perfetto,