Io supporrò, dunque, che vi è, non già un vero Dio, che è la fonte sovrana di verità, ma un certo cattivo genio, non meno astuto e ingannatore che possente, che ha impiegato tutta la sua industria ad ingannarmi.
Io penserò che il Cielo, l'aria, la terra, i colori, le figure, i suoni e tutte le cose esteriori che noi vediamo non siano che illusioni e inganni di cui egli si serve per sorprendere la mia credulità.
Io mi considererò io stesso come privo affatto di mani, di occhi, di carne, di sangue, come non avente alcun senso, pur credendo falsamente di aver tutte queste cose.
Io resterò ostinatamente attaccato a questo pensiero; e se, con questo mezzo, non è in mio potere di pervenire alla conoscenza di niuna verità, almeno è in mio potere di sospendere il mio giudizio.
Ecco perché baderò accuratamente a non accogliere punto in mia credenza niuna falsità, e preparerò così bene il mio spirito a tutte le astuzie di questo grande ingannatore, che, per potente ed astuto ch'egli sia, non mi potrà giammai nulla imporre.
(da R. CARTESIO, Meditazioni filosofiche, cit., p. 71)
La certezza del pensiero
La Meditazione che feci ieri m'ha riempito lo spirito di tanti dubbi, che oramai non è più in mio potere di dimenticarli.
E tuttavia non veggo in quai maniera potrò risolverli; e come se tutto a un tratto fossi caduto in un'acqua profondissima, son talmente sorpreso, che non posso né assicurare i miei piedi nel fondo, né nuotare per sostenermi alla superficie.
Nondimeno io mi sforzerò, e seguirò da capo la stessa via in cui ero entrato ieri, allontanandomi da tutto ciò in cui potrò immaginare il menomo dubbio, proprio come farei se conoscessi che ciò fosse assolutamente falso.
E continuerò sempre in questo cammino, fino a che abbia incontrato qualche cosa di certo, o almeno, se altro non m'è possibile, fino a che abbia appreso con tutta certezza che non v'è nulla al mondo che sia certo.
Archimede, per togliere il Globo terrestre dal suo posto e trasportarlo in un altro luogo, non domandava altro che un punto che fosse fisso ed assicurato. Così io avrò diritto di concepire alte speranze, se sono abbastanza felice da trovare solamente una cosa che sia certa e indubitabile.
Io suppongo, dunque, che tutte le cose che vedo son false.
Mi pongo bene in mente che nulla è mai stato di tutto ciò che la mia memoria, riempita di menzogne, mi rappresenta.
Penso di non aver senso alcuno.
Credo che il corpo, la figura, l'estensione, il movimento ed il luogo non sieno che finzioni del mio spirito.
Che cosa, dunque, potrà essere reputato vero? Forse niente altro, se non che non v'è nulla al mondo di certo.
Ma che ne so io se non v'è qualche altra cosa differente da quelle che testé ho giudicato incerte, della quale non si possa avere il menomo dubbio?
Non v'è forse qualche Dio, o qualche altra potenza, che mi mette nello spirito questi pensieri? Ciò non è punto necessario, perché forse io son capace di produrli da me stesso.
Io dunque, almeno, non sono forse qualche cosa? Ma io ho già negato di avere alcun senso ed alcun corpo.
Io esito tuttavia, perché che cosa ne segue di là? Sono io talmente dipendente dal corpo e dai sensi, da non poter esistere senza di essi? Ma mi sono convinto che non vi era proprio niente nel mondo, che non vi era né cielo, né terra, né spiriti, né corpi; non mi sono, dunque, io, in pari tempo, persuaso che non esistevo punto?
No, certo; io esistevo senza dubbio, se mi sono convinto di qualcosa, o solamente se ho pensato qualcosa.
Ma vi è un non so quale ingannatore potentissimo e astutissimo, che impiega tutta la sua industria nell'ingannarmi sempre. Non v'è dunque dubbio che io esisto, s'egli m'inganna; e m'inganni fin che vorrà, egli non saprebbe mai fare che io non sia nulla fino a che penserò di essere qualche cosa.
Di modo che, dopo avervi ben pensato, ed avere accuratamente esaminato tutto, bisogna infine concludere e tener fermo che questa proposizione: Io sono, io esisto, è necessariamente vera tutte le volte che la pronuncio o che la concepisco nel mio spirito.
Ma io ‹ io che son certo di essere ‹ non conosco ancora abbastanza chiaramente ciò che sono. Di guisa che, oramai, bisogna che badi con la massima accuratezza di non prendere imprudentemente qualche altra cosa per me, e così di non ingannarmi in questa conoscenza, che io sostengo essere più certa e più evidente di tutte quelle che ho avuto per lo innanzi.
Ecco perché io considererò da capo ciò che credevo che esistesse prima che entrassi in questi ultimi pensieri.
E dalle mie antiche opinioni toglierò tutto ciò che può essere combattuto dalle ragioni da me testé allegate, sì che non resti proprio null'altro se non ciò che è intieramente indubitabile.
Che cosa, dunque, ho io creduto dapprima di essere? Senza difficoltà, ho pensato di essere un uomo. Ma che cosa è un uomo? Dirò che è un animale ragionevole?
No, di certo: perché bisognerebbe dopo ricercare che cosa è animale, e che cosa è ragionevole, e così, da una sola questione, cadremmo insensibilmente in un'infinità di altre questioni più difficili ed avviluppate, ed io non vorrei abusare del poco tempo ed agio che mi resta, impiegandolo a sbrogliare simili sottigliezze.
Ma mi arresterò piuttosto a considerare qui i pensieri che nascevan prima da se stessi nel mio spirito, e che non mi erano ispirati che dalla mia sola natura, quando mi consacravo alla considerazione del mio essere.
Io mi consideravo dapprima come avente un viso, delle mani, delle braccia, e tutta questa macchina composta d'ossa e di carne, così come essa appare in un cadavere, la quai macchina io designavo con il nome di corpo.
Io consideravo, oltre di ciò, che mi nutrivo, che camminavo, che sentivo e che pensavo, e riportavo tutte queste azioni all'anima;
Ma non mi fermavo punto a pensare ciò che era quest'anima, oppure, se mi ci fermavo, immaginavo che essa era qualcosa di estremamente rado e sottile, come un vento, una fiamma, o un'aria delicatissima, che fosse insinuata e diffusa nelle mie parti più grossolane.
Per ciò che riguardava il corpo, non dubitavo per nulla della sua natura; perché pensavo di conoscerla molto distintamente, e, se avessi voluto spiegarla secondo le nozioni che ne avevo, l'avrei descritta in questa maniera: Per corpo intendo tutto ciò che può esser terminato da qualche figura; che può essere compreso in qualche luogo, e riempire uno spazio in tale maniera, che ogni altro corpo ne sia escluso; che può essere sentito o col tatto, o con la vista, o con l'udito, o col gusto, o con l'odorato; che può essere smosso in più maniere, non da sé stesso, ma da qualcosa di estraneo, dal quale sia toccato e di cui riceva l'impressione. Infatti non credevo in alcun modo che si dovessero attribuire alla natura corporale i privilegi d'avere in sé la potenza di muoversi, di sentire e di pensare; al contrario, mi stupivo piuttosto di vedere che simili facoltà si trovassero in certi corpi.
Ma io, chi sono io, ora che suppongo che vi è qualcuno che è estremamente potente e, se oso dirlo, malizioso e astuto, che impiega tutte le sue forze e tutta la sua abilità ad ingannarmi?
Posso io esser sicuro di avere la più piccola di tutte le cose che sopra ho attribuito alla natura corporale? Io mi fermo a pensarvi con attenzione, percorro e ripercorro tutte queste cose nel mio spirito, e non ne incontro alcuna che io possa dire essere in me. Non v'è bisogno che mi fermi ad enumerarle.
Passiamo, dunque, agli attributi dell'Anima, e vediamo se ve ne sono alcuni che siano in me.
Ma che cosa, dunque, sono io? Una cosa che pensa.
E che cos'è una cosa che pensa? una cosa che dubita, che concepisce, che afferma, che nega, che vuole, che non vuole, che immagina i anche, e che sente.
Certo non è poco, se tutte queste cose appartengono alla mia natura.
Ma perché non vi apparterrebbero esse? Non sono io ancora quel medesimo