Il dubbio sistematico

R. CARTESIO, Meditazioni filosofiche,
a cura di A. Tilgher e A. Bruno,
Laterza, Bari 1949, pp. 64-67.


E' già qualche tempo che mi sono accorto che, fin dai miei primi anni, avevo accolto come vere una quantità di false opinioni, e che ciò che in appresso ho fondato sopra principi così mal sicuri non poteva essere che assai dubbio ed incerto.
Di guisa che m'era d'uopo intraprendere seriamente una volta in vita mia a disfarmi di tutte le opinioni che avevo ricevute fino allora in mia credenza e cominciare tutto di nuovo dalle fondamenta, se volevo stabilire qualche cosa di fermo e di stabile nelle scienze.
Ma poiché questa intrapresa mi sembrava essere grandissima, ho atteso di aver raggiunto un'età che fosse così matura che non potessi sperarne un'altra dopo di essa, nella quale fossi più atto ad eseguirla; ciò che m'ha fatto differire così a lungo, che, oramai, crederei di commettere un errore, se impiegassi ancora a deliberare il tempo che mi resta per agire.

Ora, dunque, che il mio spirito è libero di ogni cura, e che mi son procurato un riposo sicuro in una pacifica solitudine, mi applicherò seriamente e con libertà a distruggere generalmente tutte le mie antiche opinioni.
E non sarà punto necessario, per arrivare a questo disegno, di provare che esse son tutte false, della qual cosa, forse, non verrei giammai a capo.
Ma, in quanto la ragione mi persuade di già che io non debbo meno accuratamente trattenermi dal prestar fede alle cose che non sono interamente certe e indubitabili, che a quelle le quali ci appaiono manifestamente essere false, il menomo motivo di dubbio che vi troverò basterà per farmele tutte rigettare.
E perciò non v'è punto bisogno che io le esamini ognuna in particolare, il che richiederebbe un lavoro infinito; ma, poiché la ruina delle fondamenta trascina necessariamente con sé tutto il resto dell'edificio, io attaccherò dapprima i principi sui quali tutte le mie antiche opinioni erano poggiate.

Tutto ciò che ho ammesso fino ad ora come il sapere più vero
e sicuro, l'ho appreso dai sensi, o per mezzo dei sensi: ora, ho
qualche volta provato che questi sensi erano ingannatori, ed è
regola di prudenza non fidarsi mai interamente di quelli che ci
hanno una volta ingannati.
Ma, benché i sensi c'ingannino qualche volta riguardo alle cose
poco sensibili e molto lontane, se ne incontrano forse molte altre
delle quali non si può ragionevolmente dubitare, benché noi le
conosciamo per mezzo loro: per esempio, che io son qui, seduto
accanto al fuoco, vestito d'una veste da camera, con questa carta fra le mani, ed altre cose di questa natura.
E come potrei io negare che queste mani e questo corpo sono miei? a meno che, forse, non mi paragoni a quegl'insensati, il cui cervello è talmente turbato ed offuscato dai neri vapori della bile, che essi asseriscono costantemente di essere dei re, mentre sono dei pezzenti; di essere vestiti d'oro e di porpora, mentre son nudi affatto; o s'immaginano di essere delle brocche o d'avere un corpo di vetro. Ma che? costoro son pazzi, ed io non sarei meno stravagante se mi regolassi sui loro esempi.

Tuttavia debbo qui considerare che sono uomo, e, per conseguenza, che ho abitudine di dormire e di rappresentarmi nei miei sogni le stesse cose, o alcune volte delle meno verosimili ancora, che quegl'insensati quando essi vegliano.
Quante volte m'è accaduto di sognare, la notte, che io ero in questo luogo, che ero vestito, che ero presso il fuoco, benché stessi tutto nudo dentro il mio letto?
Mi sembra bene adesso che non è già con occhi addormentati che io riguardo questa carta, che questa testa che io muovo non è punto assopita, che a bello scopo e di deliberato proposito io stendo questa mano e la sento: ciò che accade nel sonno non sembra punto tanto chiaro e distinto come tutto ciò.
Ma, pensandoci accuratamente, mi ricordo d'essere stato spesso ingannato, mentre dormivo, da simili illusioni. E arrestandomi su questo pensiero, veggo così manifestamente che non vi sono indizi concludenti, né segni abbastanza certi, per cui sia possibile distinguere nettamente la veglia dal sonno, che ne sono tutto stupito; ed il mio stupore è tale, da esser quasi capace di persuadermi che io dormo.