Il metodo

R. CARTESIO, I principi della filosofia, a cura di P. Cristofolini,
Boringhieri, Torino 1967, p. 94.


La prima [regola] era di non accogliere mai nulla per vero che non conoscessi esser tale con evidenza: di evitare, cioè, accuratamente la precipitazione e la prevenzione; e di non comprendere nei miei giudizi nulla più di quello che si presentava così chiaramente e distintamente alla mia intelligenza da escludere ogni possibilità di dubbio.

La seconda era di dividere ogni problema preso a studiare in tante parti minori, quante fosse possibile e necessario per meglio risolverlo.

La terza, di condurre con ordine i miei pensieri, cominciando dagli oggetti più semplici e più facili a conoscere, per salire a poco a poco, come per gradi, sino alla conoscenza dei più complessi; e supponendo un ordine anche tra quelli di cui gli uni non precedono naturalmente gli altri.

La quarta, infine, di far dovunque enumerazioni così complete e revisioni così generali da esser sicuro di non aver omesso nulla.

(da R. CARTESIO, Discorso sul metodo, cit., pp. 54-6)


Chiarezza e distinzione

[...] moltissimi uomini, in tutta la vita, non percepiscono proprio nessuna cosa abbastanza bene da portare su di essa un giudizio certo. Infatti a una percezione su cui si possa appoggiare un certo e indubitato giudizio, non si richiede soltanto che sia chiara, ma anche che sia distinta.
Chiamo chiara quella che è presente e aperta alla mente che fa attenzione; come diciamo di vedere chiaramente quelle cose che, presenti all'occhio intuente, lo muovono abbastanza fortemente e apertamente.
Chiamo distinta quella che, essendo chiara, è da tutte le altre così disgiunta e precisa, da non contenere in sé nulla all'infuori di ciò che è chiaro.