Contro le «idee» platoniche

ARISTOTELE, Metafisica, cit., vol. I, pp. 128-129; 130-132; 134; 135.


Ora lasciamo da parte i Pitagorici, perché quanto si è detto a loro riguardo è sufficiente e passiamo, invece, ai filosofi che pongono come principi le Forme e le Idee.

In primo luogo, costoro, cercando di cogliere le cause degli esseri sensibili, hanno introdotto entità soprasensibili in numero uguale rispetto ai sensibili: come se uno, volendo contare degli oggetti, ritenesse di non poter fare questo finché gli oggetti sono troppo poco numerosi, e, invece, di poterli contare dopo averne aumentato il numero. Le Forme, infatti, sono di numero pressoché uguale - o comunque non inferiore - rispetto a quegli oggetti dai quali questi filosofi, con l'intento di ricercare quali ne fossero le cause, hanno preso le mosse per risalire a quelle. Infatti per ogni singola cosa esiste una corrispettiva entità avente lo stesso nome: ed è così, oltre che per le sostanze, anche per tutte le altre cose la cui molteplicità è riducibile ad unità: tanto nell'ambito delle cose terrestri, quanto nell'ambito delle eterne.

Inoltre, l'esistenza delle Idee non risulta da nessuna delle argomentazioni che ne adduciamo a prova.
Da alcune argomentazioni, infatti, l'esistenza delle Idee non scaturisce quale conclusione necessaria; da altre, invece, consegue l'esistenza di Forme anche di quelle cose delle quali non ammettiamo che ci siano Forme.
Infatti, dalle prove desunte dalle scienze, risulterà l'esistenza di Idee di tutte quelle cose che sono oggetto di scienza; dalla prova derivata dalla unità del molteplice, risulterà l'esistenza di Forme anche delle negazioni; e dall'argomento desunto dal fatto che noi possiamo pensare qualcosa anche dopo che è stato distrutto, risulterà l'esistenza di Idee delle cose che sono già corrotte (infatti, di queste rimane in noi una immagine).

Inoltre, alcune delle argomentazioni più rigorose portano ad ammettere l'esistenza di Idee anche delle relazioni, mentre non ammettiamo che delle relazioni esista un genere per sé; altre di queste argomentazioni, invece, portano all'affermazione del «terzo uomo». [...]

Ma la difficoltà più grave che si potrebbe sollevare è la seguente: quale vantaggio apportano le Forme agli esseri sensibili, sia agli esseri sensibili eterni, sia a quelli soggetti a generazione e a corruzione?
Infatti, le Forme, rispetto a questi esseri, non sono causa né di movimento né di alcuna mutazione.
Per di più, le Idee non giovano alla conoscenza delle cose sensibili (infatti, le Idee non costituiscono la sostanza delle cose sensibili, altrimenti sarebbero a queste immanenti), né all'essere delle cose sensibili, dal momento che non sono immanenti alle cose sensibili che di esse partecipano. Se fossero immanenti, potrebbe forse sembrare che esse fossero causa delle cose sensibili, nella stessa maniera in cui il bianco per mescolanza è causa della bianchezza di un oggetto. Ma questo ragionamento - che per primo Anassagora e, successivamente, Eudosso e altri ancora hanno fatto valere, è insostenibile: infatti, contro tale opinione è assai facile adunare molte e insuperabili difficoltà.

E, per certo, le cose sensibili non possono derivare dalle Forme in nessuno di quei modi che solitamente vengono indicati. Dire che le Forme sono «modelli» e che le cose sensibili «partecipano» di esse significa parlare a vuoto e far uso di mere immagini poetiche.
Infatti, che cos'è mai ciò che agisce guardando alle Idee? E' possibile, infatti, che ci sia o che si generi una qualunque cosa simile ad un'altra, pur senza essere stata modellata ad immagine di questa; sicché potrebbe ben nascere un uomo simile a Socrate, sia che Socrate esista sia che non esista. E sarebbe lo stesso, evidentemente, anche nel caso che ci fosse un «Socrate eterno». Inoltre, per una medesima cosa dovranno esserci numerosi modelli, e, di conseguenza, anche numerose Forme: dell'uomo, per esempio, ci saranno le Forme di «Animale», di «Bipede», oltre che di «Uomo in sé».
Inoltre, le Forme saranno modelli non solo delle cose sensibili, ma anche di sé medesime: per esempio, il Genere, in quanto Genere, sarà modello delle Forme in esso contenute. Di conseguenza, la medesima cosa verrà ad essere modello e copia.

Inoltre, sembrerebbe impossibile che la sostanza esista separatamente da ciò di cui è sostanza; di conseguenza, come possono le Idee, se sono sostanze delle cose, esistere separatamente dalle cose?
Ma nel Fedone viene affermato proprio questo: che le Forme sono causa dell'essere e del divenire delle cose.
Eppure, posto anche che le Forme esistano, le cose che di esse partecipano non si produrrebbero se non ci fosse la causa motrice.
E ci sono anche molte cose che si producono - per esempio, una casa o un anello - delle quali non ammettiamo che esistano Idee.
Di conseguenza è chiaro che anche tutte le altre cose possono essere e generarsi per opera di cause dello stesso tipo di quelle che producono gli oggetti ora menzionati.

Inoltre, se le Forme sono numeri, in che modo potranno essere cause? Forse perché gli esseri sensibili sono altri numeri?
Per esempio, questo dato numero è l'uomo, questo altro numero è Socrate, quest'altro ancora è Gallia? E perché mai quei numeri sono cause di questi?
In effetti, il fatto che gli uni siano eterni e gli altri no, non ha alcuna importanza.
Se la ragione, invece, sta nel fatto che le cose sensibili sono costituite da rapporti numerici (come per esempio l'armonia), allora è chiaro che esiste un qualcosa di cui i numeri sono rapporto.
E se c'è questo qualcosa - cioè la materia -, è evidente che gli stessi numeri ideali saranno costituiti da determinati rapporti di qualche altra cosa con quaicos'altro.
Per esempio, se Gallia è un rapporto numerico di fuoco, terra, acqua e aria, anche l'Idea dovrà essere un rapporto numerico di certi altri elementi aventi funzione di sostrato.
E l'uomo in se - sia esso un determinato numero o no - sarà similmente un rapporto numerico di certi elementi, e non semplicemente numero; e, per queste ragioni, non potrà essere un numero.

Inoltre, da molti numeri si produce un numero unico; ma come può prodursi da molte Forme un'unica Forma? E se, invece, inumeri non sono formati dai numeri stessi ma dalle unità che sono contenute nel numero - per esempio nel diecimila -, allora come saranno queste unità?
Infatti, se sono della stessa specie, si cadrà in assurde conseguenze.
E se non sono della stessa specie né le unità appartenenti allo stesso numero considerate l'una rispetto all'altra né le altre appartenenti a numeri diversi paragonate tra loro, si cadrà ugualmente in assurde conseguenze.
Infatti, in che modo potranno distinguersi l'una dall'altra, dal momento che non hanno determinazioni qualitative?
Queste affermazioni non sono ragionevoli né coerenti. [...]

E, in generale, mentre la sapienza ha come oggetto di ricerca la causa dei fenomeni, noi abbiamo trascurato proprio questo: (infatti, non diciamo nulla della causa da cui deriva il movimento), e, credendo di esprimere la sostanza di essi, affermiamo l'esistenza di altre sostanze.
Ma quando si tratta di spiegare il modo in cui queste ultime sono sostanze di quelle, parliamo a vuoto.
Infatti l'espressione «partecipare», come già abbiamo detto sopra, non significa nulla. [...]

In generale, ricercare gli elementi degli esseri, senza aver distinto i molteplici sensi in cui si intende l'essere, significa compromettere la possibilità di trovarli, specialmente se ciò che si ricerca in questo modo sono gli elementi di cui gli esseri risultano costituiti.
Non è certamente possibile ricercare di quali elementi sia costituito il fare o il patire o il dritto, ma, se mai questo è possibile, lo è unicamente per le sostanze. Sicché, cercare gli elementi di tutti gli esseri o credere di averli trovati, è un errore.