Le «cause»

ARISTOTELE, Metafisica, cit., vol. I, pp. 109-113; 120-121; 122-124.


E chiaro, dunque, che occorre acquistare la scienza delle cause prime: infatti, diciamo di conoscere una cosa quando riteniamo di conoscerne la causa prima.
Ora, le cause vengono intese in quattro significati diversi.

  • In un primo senso, diciamo che causa è la sostanza e l'essenza: infatti, il perché delle cose si riconduce, in ultima analisi, alla forma: e il primo perché è appunto una causa e un principio;
  • in un secondo senso, diciamo che causa è la materia e il sostrato;
  • in un terzo senso, poi, diciamo che causa è il principio del movimento;
  • in un quarto senso, diciamo che è causa quella opposta a quest'ultima, ossia lo scopo e il bene: infatti, questo è il fine della generazione e di ogni movimento.

    Queste cause sono state da noi studiate adeguatamente nella Fisica, tuttavia dobbiamo prendere in esame anche coloro che prima di noi hanno affrontato lo studio degli esseri ed hanno filosofato intorno alla realtà. E' chiaro, infatti, che anch'essi parlano di certi principi e di certe cause.
    Ora, il rifarsi ad essi sarà certo di vantaggio alla presente trattazione: infatti, o troveremo qualche altro genere di causa, oppure acquisteremo più salda credenza nelle cause di cui ora si è detto.

    La maggior parte di coloro che primi filosofarono pensarono che principi di tutte le cose fossero solo quelli materiali.
    Infatti essi affermano che ciò di cui tutti gli esseri sono costituiti e ciò da cui derivano originariamente e in cui si risolvono
    da ultimo, è elemento ed è principio degli esseri, in quanto è una realtà che permane identica pur nel trasmutarsi delle sue affezioni.
    E, per questa ragione, essi credono che nulla si generi e che nulla si distrugga, dal momento che una tale realtà si conserva sempre.
    E come non diciamo che Socrate si genera in senso assoluto quando diviene bello o musico, né diciamo che perisce quando perde questi modi di essere, per il fatto che il sostrato - ossia Socrate stesso - continua ad esistere, così dobbiamo dire che non si corrompe, in senso assoluto, nessuna delle altre cose: infatti deve esserci qualche realtà naturale (o una sola o più di una) dalla quale derivano tutte le altre cose, mentre essa continua ad esistere immutata.

    Tuttavia, questi filosofi non sono tutti d'accordo circa il numero e la specie di un tale principio.
    Talete, iniziatore di questo tipo di filosofia, dice che quel principio è l'acqua (per questo afferma anche che la terra galleggia sull'acqua), desumendo indubbiamente questa sua convinzione dalla costatazione che il nutrimento di tutte le cose è umido, e che perfino il caldo si genera dall'umido e vive nell'umido. Ora, ciò da cui tutte le cose si generano è, appunto, il principio di tutto. Egli desunse dunque questa convinzione da questo fatto e dal fatto che i semi di tutte le cose hanno una natura umida e l'acqua è il principio della natura delle cose umide.

    Ci sono, poi, alcuni i quali credono che anche gli antichissimi che per primi hanno trattato degli Dei, molto prima della presente generazione, abbiano avuto questa stessa concezione della realtà naturale.
    Infatti, posero Oceano e Teti come autori della generazione delle cose, e dissero che ciò su cui gli Dei giurano è l'acqua, la quale da essi vien chiamata Stige. Infatti, ciò che è più antico è anche ciò che è più degno di rispetto, e ciò su cui si giura è, appunto, ciò che è più degno di rispetto.
    Ma, che questa concezione della realtà naturale sia stata così originaria e così antica, non risulta affatto in modo chiaro; al contrario, si afferma che Talete per primo abbia professato questa dottrina intorno alla causa prima (ché nessuno potrebbe pensare di mettere Ippone con costoro, a causa dell'inconsistenza del suo pensiero).

    Anassimene, invece, e Diogene considerarono come originaria, più dell'acqua, l'aria e, fra i corpi semplici, la considerarono come principio per eccellenza.

    Mentre Ippaso di Metaponto ed Eraclito di Efeso considerarono come principio il fuoco.

    Invece Empedocle pose come principi i quattro corpi semplici, aggiungendo ai tre sopra menzionati anche un quarto, cioè la terra.

    Essi, infatti, restano sempre immutati e non sono soggetti a divenire se non per aumento o diminuzione di quantità, quando si congiungono in una unità o si sciolgono da essa.

    Anassagora di Clazomene, che per età viene prima di Empedocle ma è posteriore per le opere, afferma che i principi sono infiniti: infatti egli dice che pressoché tutte le omeomerie si generano e si corrompono unicamente in quanto si riuniscono e si disgiungono così come avviene per l'acqua o per il fuoco, mentre in altro modo non si generano né si corrompono, ma permangono eterne.

    In base a questi ragionamenti, si potrebbe credere che ci sia una causa unica: quella che diciamo causa materiale.
    Ma, mentre questi pensatori procedevano in questo modo, la realtà stessa tracciò loro la via e li costrinse a ricercare ulteriormente.
    Infatti, ammesso anche che ogni processo di generazione e di corruzione derivi da un unico elemento materiale, o anche da molti elementi materiali, perché mai esso ha luogo o quale ne è la causa? Infatti, non è certo il sostrato che fa mutare se stesso.
    Portiamo un esempio: né il legno né il bronzo, singolarmente presi, sono causa del proprio mutare; il legno non fa il letto né il bronzo fa la statua, ma causa del loro mutamento è qualcos'altro.
    Ora, ricercare questo significa, appunto, ricercare l'altro principio, ossia, come noi diremmo, il principio del movimento.

    Coloro, dunque, che, fin dai primi inizi, intrapresero questo tipo di ricerca e sostennero che uno solo è il sostrato, non si resero conto di questa difficoltà.
    Anzi, alcuni di coloro che affermano questa unicità del sostrato, quasi sopraffatti dalla difficoltà di questa ricerca del principio del movimento, affermano che questo sostrato uno è immobile e che è immobile anche tutta la natura, non solo nel senso che non si genera né si corrompe (questa è, infatti, una convinzione antica e da tutti condivisa), ma anche nel senso che è immobile rispetto ad ogni altro genere di mutamento (e questa è la loro caratteristica peculiare).
    Dunque, nessuno di coloro che affermarono che il tutto è una unità riuscì a scoprire una causa di questo tipo, tranne, forse, Parmenide: nella i misura almeno in cui egli pose non solo l'esistenza dell'uno, ma altresì l'esistenza di due altre cause.

    Coloro che ammettono più principi possono risolvere meglio la questione: così, per esempio, coloro che ammettono come principi caldo e freddo o fuoco e terra; costoro, infatti, si servono i del fuoco come se fosse dotato di natura motrice, e, invece, si servono dell'acqua e della terra e degli altri elementi di questo tipo, come se fossero dotati della natura contraria.

    Dopo questi pensatori e dopo la scoperta di questi principi, i quali non sono sufficienti a produrre la natura e gli esseri, i filosofi, nuovamente costretti dalla verità stessa, come già abbiamo detto, si posero alla ricerca di un principio ulteriore.
    Infatti, del fatto che alcuni degli esseri siano belli o buoni e che altri lo diventino, non può indubbiamente essere causa né il fuoco, né la terra né alcun altro di questi elementi, e non è neppure possibile che i quei filosofi lo abbiano pensato. D'altra parte, non era cosa conveniente rimettere tutto questo al caso e alla sorte.

    Perciò, colui che disse che, così come negli animali, anche nella natura c'è una Intelligenza che è causa dell'ordine e della armonica distribuzione di ogni cosa, sembrò il solo filosofo assennato, e, al suo paragone, i predecessori sembrarono gente che parla alla ventura.
    Ora, sappiamo con certezza che Anassagora fece questi ragionamenti; ma si tramanda che per primo abbia parlato di questo Ermotimo di Clazomene.
    Comunque, coloro che hanno ragionato in questo modo, hanno posto la causa del bene e del bello come principio degli esseri, e hanno considerato questo tipo di causa come principio da cui deriva agli esseri il movimento. [...]

    Dopo le filosofie di cui si è detto, sorse la dottrina di Platone, la quale, in molti punti, segue quella dei Pitagorici, ma presenta
    anche caratteri propri, estranei alla filosofia degli Italici.

    Platone, infatti, essendo stato fin da giovane amico di Cratilo e seguace delle dottrine eraclitee, secondo le quali tutte quante le cose sensibili sono in continuo flusso e di esse non è possibile scienza, mantenne queste convinzioni anche in seguito.
    D'altra parte, Socrate si occupava di questioni etiche e non della natura i nella sua totalità, ma nell'ambito di quelle ricercava l'universale, avendo per primo fissato la sua attenzione sulle definizioni.
    Orbene, Platone accettò questa dottrina socratica, ma credette, a causa di quella convinzione che aveva accolta dagli eraclitei, che le definizioni si riferissero ad altre realtà e non alle realtà sensibili: infatti, egli riteneva impossibile che la definizione universale si riferisse a qualcuno degli oggetti sensibili, perché soggetti a continuo mutamento.

    Platone, allora, denominò codeste altre realtà Idee, e affermò che i sensibili esistono accanto ad esse e che vengono tutti denominati in base ad esse; infatti per «partecipazione» alle Forme esiste la pluralità delle cose sensibili che hanno lo stesso nome delle Forme.
    Per quanto concerne la «partecipazione», Platone ha innovato soltanto il nome. Infatti i Pitagorici dicono che gli esseri sussistono per «imitazione» dei numeri; Platone, dice, invece, per «partecipazione», cambiando, però, soltanto il nome.
    In ogni modo, tanto gli uni quanto l'altro hanno egualmente trascurato di indicare che cosa significhi «partecipazione» e «imitazione» delle Forme.

    Inoltre egli afferma che, accanto ai sensibili e alle Forme, esistono gli

    Enti matematici «intermedi»
    fra gli uni e le altre, i quali differiscono dai sensibili perché immobili ed eterni, e differiscono dalle Forme perché ve ne sono molti simili, mentre ciascuna Forma è solamente una e individua.

    Essendo quindi le Forme cause delle altre cose, Platone ritenne che gli elementi costitutivi delle Forme fossero gli elementi di tutti gli esseri.
    Come elemento materiale delle Forme, egli poneva il grande e il piccolo, e come causa formale l'Uno: infatti riteneva che le Forme i numeri derivassero per partecipazione del grande e del piccolo all'Uno. [...]

    Da quanto si è detto, risulta chiaro che egli ha fatto uso di due sole cause: di quella formale e di quella materiale. Infatti le Idee sono cause formali delle altre cose, e l'Uno è causa formale delle Idee.
    E alla domanda quale sia la materia avente funzione di sostrato, di cui si predicano le Idee - nell'ambito dei sensibili -, e di cui si predica l'Uno - nell'ambito delle Idee -, egli risponde che è la diade, cioè il grande e il piccolo.

    Platone, inoltre, attribuì la causa del bene al primo dei suoi elementi e attribuì quella del male all'altro, come già avevano cercato di fare - come dicemmo - alcuni dei filosofi precedenti, per esempio Empedocle e Anassagora.

    Brevemente e per sommi capi abbiamo esaminato quali filosofi hanno discorso intorno ai principi e intorno alla verità, e in quale modo ne abbiano discorso.
    Da questo esame abbiamo tratto le seguenti conclusioni: nessuno di coloro che hanno trattato del principio e della causa, ha parlato di altre cause all'infuori di quelle da noi distinte nei libri di Fisica, ma tutti, in certo qual modo, sembra abbiano accennato proprio a quelle, anche se in maniera confusa.

    Alcuni, infatti, parlano del principio come materia, sia che lo intendano come unico sia come molteplice, sia che lo pongano i come corporeo oppure come incorporeo.
    Platone, per esempio, pone come principio materiale il grande e il piccolo, invece gli Italici pongono l'illimitato.
    Mentre Empedocle pone fuoco, terra, acqua e aria e Anassagora l'infinità delle omeomerie.
    Tutti questi pensatori hanno intravvisto tale tipo di causa. E così anche coloro i che posero come principio l'aria o l'acqua o il fuoco o un elemento più denso del fuoco e più sottile dell'aria: secondo le affermazioni di qualcuno, infatti, l'elemento primitivo è cosiffatto.

    Mentre questi filosofi, dunque, hanno intravvisto solamente questa causa, alcuni altri hanno intravvisto, invece, la causa motrice; così, per esempio, coloro che pongono come principio l'Amicizia e la Discordia, oppure l'Intelligenza, oppure ancora l'Amore.

    Nessuno, però, ha dato conto con chiarezza dell'essenza e della sostanza. Più di tutti gli altri, tuttavia, ne hanno parlato coloro che hanno affermato l'esistenza di Forme.
    Infatti, essi non considerano le Forme come materia delle cose sensibili né l'Uno come materia delle Forme, e neppure considerano le Forme come principio di movimento (infatti esse sono piuttosto, a loro dire, causa di immobilità e di quiete).
    Essi presentano, poi, le Forme come essenza di ciascuna delle cose sensibili, e l'Uno come essenza delle Forme.

    Il fine, poi, per cui le azioni, i mutamenti e i movimenti hanno luogo, essi, in un certo quai modo, dicono che è causa, ma non dicono, poi, in quale modo sia causa, né dicono quale sia la sua natura.
    Quelli che pongono l'Intelligenza o l'Amicizia, ammettono, sì, queste cause come bene, ma non parlano di esse come se fossero il fine per cui alcuni degli esseri sono o si producono, bensì come se da esse derivassero i movimenti.
    Nello stesso modo, anche coloro che affermano che l'Uno e l'Essere sono bene per loro natura, dicono che sono causa della sostanza, ma non dicono che sono il fine per cui qualcosa è o si genera. Sicché accade loro, in certo senso, e di dire e di non dire che il bene è causa. Essi, infatti, non dicono in senso vero e proprio che il bene è causa assoluta, ma lo dicono accidentalmente.

    Dunque, che il numero e la natura delle cause siano stati da noi definiti con esattezza ci sembra che lo attestino anche tutti questi filosofi, in quanto non ne hanno saputo cogliere altre.

    Inoltre, è evidente che si devono studiare tutti quanti i principi in questi modi, oppure in qualcuno di questi modi.