La virtù come medietà
ARISTOTELE, Etica Nicomachea, trad. di A. Plebe,
in Opere, cit., vol. VII, pp. 45-47.
Essendo dunque tre le disposizioni d'animo, due essendo di vizi (l'uno per eccesso e l'altro per difetto), ed essendo una sola la virtù, cioè la medietà, tutte si oppongono in certo modo a tutte le altre:
le disposizioni estreme cioè si oppongono sia a quella di mezzo sia reciprocamente tra loro,
e quella di mezzo si oppone alle estreme.
Come infatti l'uguale è maggiore rispetto al minore ed è minore rispetto ai maggiore, così le disposizioni di mezzo sono eccedenti rispetto alle disposizioni difettose e sono difettose rispetto a quelle eccedenti, sia nelle passioni sia nelle azioni.
Infatti
il coraggioso appare temerario in confronto al vile, mentre in confronto al temerario appare vile;
similmente anche il moderato in confronto all'insensibile sembra intemperante, mentre in confronto all'intemperante sembra insensibile;
e il generoso rispetto all'avaro sembra prodigo, mentre rispetto al prodigo sembra avaro.
Perciò anche ciascuno degli estremi ricaccia verso l'altro chi è nel mezzo e il vile chiama temerario il coraggioso, mentre il temerario io chiama vile. E similmente negli altri comportamenti.
Essendo dunque queste disposizioni opposte le une alle altre, vi è maggior opposizione degli estremi tra loro che non verso il giusto mezzo; essi infatti sono più distanti tra loro che non dal mezzo, come il grande è più distante dal piccolo e il piccolo dal grande che ambedue dall'eguale.
Inoltre in alcuni estremi appare una certa somiglianza coi giusto mezzo, come nella temerarietà v'è somiglianza col coraggio e nella prodigalità v'è somiglianza con la generosità: negli estremi fra loro invece v'è la massima dissomiglianza.
Gli estremi che più distano l'uno dall'altro son definiti contrari, cosicché quelli che maggiormente distano sono anche maggiormente contrari.
Nei confronti poi del giusto mezzo in alcune cose si oppone di più il difetto, in altre l'eccesso; ad esempio
al coraggio si oppone non tanto la temerarietà, che è un eccesso, quanto piuttosto la viltà, che è un difetto;
alla moderazione s'oppone non tanto l'insensibilità, che è una mancanza, quanto l'intemperanza, che è un eccesso.
Ciò accade per due cause.
Una delle quali deriva dalla cosa stessa: essendo infatti uno degli estremi più vicino e più simile al mezzo, non gli opponiamo questo, ma piuttosto il contrario: ad esempio poiché la temerarietà sembra essere più simile e più vicina al coraggio, mentre la viltà sembra essergli più dissimile, noi gli opponiamo di preferenza questa: infatti le cose che sono più lontane dal giusto mezzo sembrano esser più contrarie. Questa è dunque la prima causa, la quale deriva dalla cosa stessa.
la seconda invece deriva proprio da noi: quei vizi cioè verso i quali noi siamo più inclinati per natura, questi sembrano esser più contrari al giusto mezzo. Ad esempio noi siamo per natura piuttosto inclinati ai piaceri, perciò siamo portati istintivamente all'intemperanza che non alla temperanza. Perciò diciamo che sono più contrari al giusto mezzo quei vizi verso i quali v'è maggiormente un'inclinazione in noi: e per questo l'intemperanza, che è un eccesso, è più contraria alla temperanza.
S'è detto dunque a sufficienza che
la virtù etica è una medietà,
e in qual modo lo è,
e che essa è una medietà tra vizi, l'uno per eccesso l'altro per difetto, e che essa è tale, perché mira al giusto mezzo che vi è nelle passioni e nelle azioni.
Perciò è cosa faticosa l'esser virtuoso: è infatti fatica il cercare in ogni cosa il giusto mezzo, come non è cosa possibile a ognuno il trovare il centro di un cerchio, bensì solo al competente. Così altrettanto è cosa propria di ciascuno e facile l'adirarsi, il donar denaro e lo spendere: invece il sapere con chi e quanto e quando e perché e come si deve far ciò, questo non è né proprio di ciascuno né facile; perciò il farlo bene è cosa rara, lodevole e bella.
Perciò chi mira al giusto mezzo anzitutto deve tenersi lontano da ciò che gli è soprattutto contrario, come consiglia Calipso:
Fuor da questo fumo e fuor da quest'onda trattieni la nave.
Invero dei due estremi uno è più colpevole, l'altro meno.
E poiché è estremamente difficile attenersi al giusto mezzo, è bene scegliere la seconda rotta, come si suoi dire, cioè il minore dei mali.
E ciò avverrà soprattutto nel modo indicato.
Bisogna dunque esaminare verso che cosa noi siamo soprattutto inclini; uno di noi infatti è portato ad una cosa, un altro a un'altra. E ce ne renderemo conto dal piacere o dal dolore che noi proviamo.
Bisogna dunque spingerci alla parte opposta: infatti allontanandoci di molto dall'errore, giungeremo al giusto mezzo, proprio come fanno quelli che raddrizzano i legni storti.
In ogni cosa poi occorre soprattutto stare in guardia verso il piacevole e il piacere; infatti a proposito di esso non siamo giudici imparziali.