Aristotele - L'etere

ARISTOTELE, Del cielo, trad. di O. Longo,
in Opere, cit., vol. III, pp. 245-247.



E' evidente che non ogni corpo ha leggerezza o peso. Dobbiamo tuttavia porre che cosa intendiamo con «pesante» e «leggero», e lo faremo ora per quanto basta a soddisfare la presente necessità, per trattarne con maggior precisione in seguito, quando dovremo indagare sulla loro essenza.
Sia dunque «pesante» ciò che per natura si porta verso il centro, «leggero» ciò che si porta in direzione opposta al centro, «più pesante di tutto» ciò che sta sotto a tutti i corpi che si portano verso il basso, «più leggero di tutto» ciò che si mantiene al sommo rispetto a tutti quelli che si portano verso l'alto.

E' necessario in verità che tutto ciò che si muove verso il basso o verso l'alto abbia o leggerezza o peso, o l'uno e l'altra insieme, non però in rapporto al medesimo termine; è infatti nel rapporto reciproco che questi corpi sono pesanti e leggeri, come ad esempio l'aria rispetto all'acqua e l'acqua rispetto alla terra.
Invece il corpo che si muove circolarmente è impossibile che abbia peso o leggerezza, perché né secondo natura né contro natura s'ammette che esso possa muoversi o verso il centro o in direzione opposta al centro.

  • Secondo natura esso non può avere il moto rettilineo: uno solo infatti era il moto naturale di ciascuno dei corpi semplici, per modo che esso verrebbe a identificarsi con uno dei corpi che si muovono dei moti suddetti.
  • Posto invece che di un tal moto si muova contro natura, se per esso è contro natura il moto verso il basso, sarà secondo natura quello verso l'alto, e se è contro natura quello verso l'alto, sarà secondo natura quello verso il basso.
    S'era posto infatti che di due moti contrari, quando per un corpo l'uno è contro natura, l'altro è secondo natura.

    Ora, poiché è nella stessa direzione che si muovono secondo natura e il tutto e la parte, ad esempio tutta la terra e una piccola zolla, ne consegue

  • in primo luogo che il corpo circolare non ha né leggerezza né peso - nel caso contrario potrebbe muoversi secondo la sua propria natura o verso il centro o in direzione opposta al centro -,
  • e in secondo luogo, che è impossibile che si muova di moto locale verso l'alto, oppure trascinato verso il basso; né infatti secondo natura è possibile che esso si muova di un altro moto, né contro natura, né esso né alcuna delle sue parti; la medesima ragione vale infatti così per il tutto come per la parte.

    Similmente, è conforme a ragione concepire questo corpo anche come ingenerato, incorruttibile, e non soggetto ad accrescimento o alterazione, perché tutto ciò che diviene, diviene movendo da un contrario e in presenza di un sostrato, e parimenti si corrompe in presenza di un sostrato e sotto l'azione d'un contrario e passando a un contrario, come s'è detto nella prima parte della nostra trattazione; i contrari hanno anche moti contrari.
    Ma se non è possibile che questo corpo abbia un contrario, in quanto è escluso anche che vi possa essere un moto contrario alla traslazione circolare, a ragione la natura sembra aver escluso dal numero dei contrari ciò che doveva essere ingenerato (e incorruttibile); è nei contrari infatti che generazione e corruzione hanno luogo.
    E si deve anche considerare che tutto ciò che subisce accrescimento s'accresce - (e ciò che subisce diminuzione diminuisce) - per opera di qualcosa di congenere che gli si aggiunge e si risolve nella sua materia; questo corpo invece, non v'è nulla da cui sia venuto a essere.

    Ma se non è soggetto ad accrescimento e a diminuzione, cade sotto la stessa ragione concepirlo anche come inalterabile. L'alterazione infatti è un movimento secondo il «quale», ma gli abiti e le disposizioni proprie del «quale» non si producono senza i mutamenti secondo le affezioni, come ad esempio salute e malattia. E noi vediamo che tutti i corpi naturali soggetti a mutazione secondo affezione, subiscono anche accrescimento e diminuzione, come ad esempio i corpi degli animali e le loro parti, e quelli delle piante: e così è anche per gli elementi. Per modo che, se il corpo circolare non ammette né accrescimento né diminuzione, è conforme a ragione che esso sia anche inalterabile.

    Una volta accettate le premesse, da quanto ora esposto risulta dunque evidente che il corpo primo

  • è eterno,
  • non s'accresce e non diminuisce,
  • e non è soggetto a invecchiamento, alterazione o altre affezioni.
    E si può dire che, come il discorso che abbiamo fatto testimonia in favore dei fatti constatabii, così questi depongono a favore del nostro discorso; perché tutti gli uomini hanno qualche concetto degli dèi, e, barbari o greci, quanti ritengono che vi siano degli dèi assegnano al divino la regione superiore. Questo evidentemente perché pensano che l'immortale debba andar congiunto con l'immortale, né potrebbe essere altrimenti.

    Se dunque esiste una natura divina, come esiste, anche quanto ora si è detto intorno alla prima sostanza corporea è stato detto nel modo dovuto. E a questo si giunge, in maniera sufficientemente certa, anche attraverso l'attestazione del senso, almeno per quanto può essere certa la testimonianza umana.
    In tutto il tempo trascorso, infatti, stando a quanto si è tramandato dagli uni agli altri, appare che l'ultimo cielo non ha subito alcun mutamento, né nel suo insieme, né in alcuna delle parti a esso proprie. E anche il suo nome pare che dagli antichi si sia tramandato fino ai nostri giorni, concependo essi al modo stesso che anche noi diciamo; non una volta sola, né due, ma ripetute volte si deve infatti ritenere che le medesime credenze giungano fino a noi.
    Considerando il corpo primo come un'altra sostanza oltre a terra, fuoco, aria e acqua, essi chiamarono il luogo eccelso etere (aither), e gli diedero questo nome perché esso corre sempre (aei them) nell'eternità del tempo.