Aristotele - I principi del divenire e il sostrato

ARISTOTELE, Fisica, in Opere, cit., vol. III,
a cura di G. Giannantoni, trad. it. di A. Russo, pp. 18-21



Veniamo, dunque, a parlare, allo stesso modo e in primo luogo, della generazione in generale: ché è conforme a natura parlar prima delle cose comuni, per poter, poi, contemplare quelle che sono proprie del particolare.

Noi diciamo, invero, che una cosa si genera dall'altra e il diverso dal diverso, riferendoci sia alle cose semplici sia a quelle composte. Mi spiego con questo esempio: accade che un uomo diventi musico o, meglio, che l'uomo non-musico diventi uomo musico. Ora io dico semplice ciò che diviene, l'uomo, cioè, e il non-musico, e semplice anche il divenuto, cioè il musico; composto, invece, l'insieme di ciò che diviene e di ciò che è divenuto, come quando noi diciamo che l'uomo non-musico diventa uomo musico; e di una di queste due cose si dice non solo: "questo diviene", ma anche: "questo diviene da questo", ad esempio il musico dal non-musico. Ma ciò non si dice di ogni cosa in modo indiscriminato: infatti, non dall'uomo è venuto fuori il musico, ma l'uomo è divenuto musico. Fra le cose, poi, che divengono secondo il nostro comune modo di esprimerci sulla generazione delle cose semplici, alcune divengono permanendo, altre non permanendo: l'uomo, infatti, divenuto musico, permane ed è uomo; ma il non-musico e l'a-musico non permangono in sé né come semplice né come composto.

Stabilito ciò, se consideriamo bene una cosa che già dicevamo, è necessario porre anche questo a proposito di tutto ciò che diviene: che, cioè, il diveniente sia sempre un sostrato, e questo, se anche è uno per numero, non è uno per forma (e tengo a dire che "per forma" e "per concetto" sono espressioni identiche). Infatti, non è identica l'essenza di uomo e di a-musico, giacché l'uno permane mentre l'altro non permane: ciò che non è un opposto, permane - l'uomo, infatti, permane -; il musico, invece, e l'a-musico non permangono, e neppure il composto di entrambi, ad esempio l'uomo a-musico.

A ciò che non è sostrato si addice l'espressione "divenir da qualcosa" e non già quella "divenire qualcosa": ad esempio "da a-musico divenir musico" non già "da uomo". Tuttavia, anche a proposito di ciò che permane, ci esprimiamo, talvolta, allo stesso modo: dal bronzo, infatti, noi diciamo che vien fuori la statua, non già che il bronzo diviene statua. Invece, a ciò che è opposto e che non permane, si addicono entrambe queste espressioni: si dice, cioè, sia "da questo diviene questo", sia "questo diviene questo": ad esempio, "dall'a-musico diviene il musico", o anche "l'a-musico diviene musico". E così anche a proposito del composto: infatti si dice: "da uomo a-musico diventa musico" e anche: "l'uomo a-musico diventa musico".

Poiché "divenire" si dice in molti sensi - da una parte, cioè, come divenire non qualsivoglia cosa, ma un qualcosa di particolare, dall'altra come il puro divenire della sola sostanza -, ovviamente, per altro, è necessario che il divenire sia un sostrato (infatti, quantità e qualità e relazione [e tempo] e luogo si generano solo se si pone un dato sostrato, per il fatto che solamente la sostanza non si dice in riferimento ad un'altra cosa che faccia da sostrato, ma tutte le altre cose si dicono in riferimento alla sostanza); ma che anche le sostanze e tutti gli altri enti semplici derivino da un sostrato, potrà risultare evidente in seguito ad un'attenta indagine. Sempre, infatti, vi è qualcosa che soggiace, da cui si genera ciò che diviene, come, ad esempio, le piante e gli animali dal seme. E le cose che in modo semplice si generano, si producono alcune per trasfigurazione, come la statua dal bronzo; altre per aggiunzione, come tutto quello che è in crescita; altre per detrazione, come Ermes dalla pietra; altre per composizione, come la casa; altre per alterazione, come gli oggetti che si modificano materialmente. Tutte le cose che così si producono, è evidente che divengono da sostrati. Sicché è chiaro, da quanto si è detto, che tutto ciò che diviene, è sempre composto, e vi è non solo qualcosa che diviene, ma anche l'oggetto che questo qualcosa diviene; ed esso è duplice: da una parte, infatti, è il sostrato, dall'altra è l'opposto: e dico opposto l'a-musico, sostrato l'uomo; opposta la mancanza di figura o di forma o di ordine, sostrato, invece, il bronzo o la pietra o l'oro.

Pertanto, se sono cause e principi degli enti naturali quelli da cui, anzitutto, questi enti sono e si producono non per accidente, ma in particolare e in conformità con la sostanza, è ovvio che ogni cosa nasce dal sostrato e dalla forma. Difatti, in un certo senso, l'uomo musico è un insieme di uomo e di musico, giacché in questi due termini si scioglierà il termine composto. E chiaro, dunque, che le cose divenienti si generano da queste.

Ma il sostrato è uno in quanto al numero, due in quanto alla forma (infatti l'uomo e l'oro e, insomma, la materia sono numerabili; e ancora più l'oggetto particolare, e non per accidente il diveniente si genera da esso: la privazione, invece, e la contrarietà sono accidenti); la forma, però, è una, come l'ordine o la musica o qualche altra di tali determinazioni. Appunto per questo si deve affermare che i principi sono per un verso due, per un altro tre. Per un verso essi sono i contrari, come quando si dice il musico e l'a-musico, o il caldo e il freddo, o l'armonico e il disarmonico, ma per un altro verso, no, perché è impossibile che i contrari patiscano reciprocamente. Ma ci si libera anche da questa difficoltà, perché vi è un'altra cosa, il sostrato, il quale non è affatto un contrario. Sicché, in un certo senso, i principi non sono più numerosi dei contrari, ma, per così dire, due in quanto al numero; ma poiché la loro essenza sussiste come diversa, essi sono non più due, bensì tre: infatti diversa è l'essenza per l'uomo e per l'a-musico, o anche per l'informe e per il bronzo.

E stato, così, stabilito quanti sono i principi delle cose naturali sottoposte al divenire, e in che senso essi sono tanti; ed è chiaro che necessariamente qualcosa soggiace ai contrari, e che i contrari sono due. Ma, in un altro senso, questo non è necessario, giacché anche uno dei contrari sarà sufficiente a produrre il cangiamento con la sua assenza o con la sua presenza.

La natura, poi, che soggiace è conoscibile per analogia. Come, i infatti, si trovano il bronzo in rapporto alla statua o il legno in rapporto al letto o, in genere, [la materia e] l'informe prima che acquistino forma in rapporto a qualche altra cosa che abbia la forma, così essa stessa si trova in rapporto alla sostanza e al particolare e all'ente. Essa, dunque, è un principio, benché non sia i né una né ente, come il particolare; ma è l'unica di cui ci sia la forma, anzi è il contrario di questa, ossia la privazione.

Che, dunque, i principi siano in un senso due, in un altro più, è stato detto nelle pagine precedenti: in un primo tempo si disse soltanto che i contrari sono principi; in un secondo tempo si mise i in rilievo la necessità che qualche altra cosa soggiaccia e che i principi siano tre: e da ciò, ora, risulta chiarita quale sia la differenza dei contrari e come i principi si trovino in rapporto tra loro e che cosa sia il sostrato.

Non è, però, ancora chiaro se sia sostanza la forma ovvero il sostrato; ma che i principi siano tre e in che senso siano tre e in quale rapporto siano tra loro, questo resta ben chiaro. Comunque, per ora basti che la nostra indagine abbia determinato quanti e quali siano i principi.