Le due città

AGOSTINO, La città di Dio, cit., pp. 72-84; 87-89; 101-104.


Iddio dunque, autore e dispensatore della felicità, poiché è il solo e vero Dio, dona lui stesso i regni della terra ai buoni e ai cattivi. E non lo fa alla cieca o a caso, perché è Dio e non la Fortuna, ma a seconda dell'ordine degli eventi e dei tempi, ordine occulto a noi, ma perfettamente conosciuto da Lui che questo ordine dei tempi non serve come suddito, ma regola e dispone come signore e rettore.
Ma la felicità non la dà che ai buoni e perciò la felicità possono averla o non averla tanto quelli che servono, quanto quelli che regnano. Felicità tuttavia che non sarà mai piena, se non in quella vita in cui nessuno più sarà servo. E perciò i regni terreni sono da Lui concessi tanto ai buoni quanto ai cattivi, perché i suoi seguaci, ancora bambini quanto allo sviluppo dell'animo, non desiderino da Lui questi doni, come se fossero di grande importanza [...]
Poiché è piaciuto alla divina Provvidenza preparare per il futuro beni ai giusti di cui non godranno gl'ingiusti e mali agli empi da cui non saranno tormentati i buoni. Questi beni temporali volle che fossero invece comuni tanto ai buoni quanto ai malvagi, affinché non si ricercassero con troppo desiderio quei beni che si vedono in possesso anche dei malvagi e non si evitassero come vergognosi quei mali da cui per lo più sono afflitti anche i buoni.
L'importante è quale uso si faccia e di quelle circostanze che si dicono prospere e di quelle che si dicono avverse. Poiché l'uomo buono né si abbatte né si esalta per i mali e i beni temporali, mentre il malvagio è punito dall'infelicità temporale proprio in quanto era stato corrotto dalla temporale felicita. [...]

Che alcuni angeli abbiano peccato e che siano stati precipitati nei luoghi più bassi di questo mondo, che sono per loro come un carcere, fino all'ultima futura condanna del giorno del giudizio, l'apostolo Pietro attesta chiaramente quando dice che Dio non ha risparmiato gli angeli peccatori, ma precipitandoli nel carcere dell'abisso tenebroso, li riserba alla punizione dell'eterno giudizio.
Chi potrebbe dunque dubitare che Dio, o soltanto nella sua prescienza o anche di fatto, non abbia posto una divisione tra gli uni e gli altri?
E chi potrebbe negare che a ragione gli angeli buoni vengono chiamati «luce», dal momento che anche noi che ancora viviamo nella fede e che ancora non abbiamo raggiunto, ma soltanto speriamo di raggiungere l'eguaglianza a loro, siamo già detti « luce » dall'Apostolo. « Poiché eravate - dice - un tempo tenebre, ma ora luce nel Signore »?
E che questi angeli traditori siano chiaramente indicati col termine di tenebre, intendono bene quelli che o comprendono o credono ch'essi siano peggiori degli uomini infedeli. E perciò, benché

  • altro sia il significato del termine « luce » nel luogo del Genesi dove è detto: « Dio disse: sia fatta la luce, e la luce fu fatta »,
  • ed altro il significato del termine « tenebre » dove è scritto: « Dio pose una divisione tra le tenebre e la luce »,
    noi tuttavia vi riconosciamo le due società angeliche,
  • l'una che gode di Dio, l'altra che si gonfia del suo orgoglio;
  • l'una a cui vien detto: « Adorate Lui, voi tutti Suoi angeli », l'altra il cui principe dice: « Ti darò tutto questo, se prostrato, mi adorerai »;
  • l'una infiammata dal santo amore di Dio,
  • l'altra accesa dall'immondo amore della propria grandezza;
    e, poiché è scritto: « Dio resiste ai superbi, ma concede la grazia agli umili »
  • l'una che abita i cieli dei cieli, l'altra che tumultua nelle più basse regioni dell'aria, dove è stata gettata;
  • l'una tranquilla nella sua pietà luminosa, l'altra agitata da tenebrose brame;
  • l'una che, secondo il cenno di Dio, soccorre con clemenza e vendica con giustizia, l'altra che ribolle, nel suo orgoglio, dalla brama di soggiogare e di nuocere;
  • l'una ministra della bontà di Dio, perché provveda quanto vuole, l'altra frenata dalla potenza di Dio, perché non nuoccia quanto vorrebbe;
  • l'una che si fa giuoco dell'altra perché giovi involontariamente con le sue stesse persecuzioni, l'altra piena d'odio per la prima, quando recluta i suoi pellegrini;
    noi dunque in quei termini riconosciamo queste due società angeliche tra loro diverse e contrarie,
  • l'una buona per natura e retta per volontà, l'altra buona anch'essa per natura, ma perversa per volontà. [...]

    Dopo aver risolto, come meglio abbiamo potuto, la difficilissima questione di conciliare l'eternità di Dio, che esclude ogni mutamento della volontà, con la creazione di nuovi esseri, non è cosa ardua scorgere come sia stato molto meglio aver fatto in modo che il genere umano si moltiplicasse da un unico uomo, che fu creato per primo, anziché trarre origine da più individui.
    Ed infatti, avendo Iddio creato gli altri animali, alcuni solitari ed in certo modo amanti della solitudine, come l'aquila, lo sparviero, il leone, il lupo e quant'altri appartengono a questo genere, ed altri invece socievoli, che preferissero vivere assieme ed in greggi, come il colombo, lo storno, il cervo, la gazzella e gli altri simili, volle tuttavia che il genere non si propagasse da un unico esemplare, ma che incominciassero a vivere assieme in più.
    Quanto all'uomo, invece, la sua natura è stata creata in certo modo intermedia fra gli angeli e le bestie. Ne deriva perciò che se l'uomo, rimanendo sottomesso al suo creatore come al suo vero Signore, ne osserva il Suo precetto con pia obbedienza, allora può passare nella società degli angeli e conseguire, senza il transito della morte, un'immortalità beata e senza fine; ma se invece offende il Signore suo Dio, facendo della sua libera volontà un uso superbo e ribelle, deve vivere come una bestia, servo della morte, schiavo della libidine e destinato, dopo la morte, al supplizio eterno.
    Quanto all'uomo, dunque, Dio ne creò uno solo, non per lasciarlo solo, privo dell'umana società, ma proprio perché a questo modo con più forza gli fosse raccomandato l'unità della stessa società ed il vincolo della concordia, in quanto che i legami fra gli uomini non si fondano soltanto sulla somiglianza della natura, ma anche sull'affetto della parentela; la stessa femmina che doveva essere compagna dell'uomo, non volle crearla come lui, ma da lui, in modo che il genere umano si dovesse diffondere tutto da un solo uomo.

    Non ci resta che affermare che in questo primo uomo, che fu creato da principio, non certo ancora in modo evidente, manella prescienza di Dio, furono poste le fondamenta di quelle due società e come due città che dividono il genere umano. Poiché da lui dovevano nascere tutti gli uomini futuri, sia quelli che si dovevano unire nel supplizio agli angeli cattivi, sia quelli che si dovevano unire nel premio agli angeli buoni, secondo un giudizio i di Dio, occulto sì, ma giusto. Poiché è stato scritto: « Tutte le vie del Signore sono misericordia e verità », e perciò la Sua grazia non può essere ingiusta, né crudele la Sua giustizia. [...]

    Quel che non si può negare è che Caino sia stato il primo di tutti a nascere dall'unione dell'uomo con la donna. Giacché altrimenti Adamo non avrebbe detto di quel figlio ciò che si legge abbia detto: « Ho fatto acquisto di un uomo per dono di Dio », se questa nascita non avesse aggiunto un uomo di più a loro due.
    A Caino seguì Abele, che fu ucciso dal fratello maggiore e mostrò per primo in una sorta di prefigurazione quante inique i persecuzioni la pellegrina città di Dio avrebbe dovuto sopportare da parte degli empi, degli uomini radicati alla terra, cioè di quelli che amano la loro origine terrena e godono della terrena felicità della città eterna...
    Da allora si divisero le generazioni, da una parte quelle discendenti da Caino, dall'altra quelle discendenti da colui che Adamo generò perché prendesse la successione di Abele ucciso da Caino e che chiamò coi nome di Seth, dicendo come sta scritto: « Dio infatti mi ha fatto nascere un nuovo rampollo, in luogo di Abele ucciso da Caino ».

    Queste due serie di generazioni, l'una discendente da Seth, i l'altra da Caino, rappresentano le due città, di cui trattiamo, nei loro ordini distinti, l'una celeste e pellegrina sulla terra, l'altra terrena che aspira alle gioie terrene e ad esse si attacca come se fossero le sole gioie. [...]

    Il genere umano l'abbiamo distribuito in due ordini, l'uno di quelli che vivono secondo l'uomo, l'altro di quelli che vivono secondo Dio.
    Queste due società noi le chiamiamo anche coi nome mistico di città, delle quali l'una è predestinata a regnare in eterno con Dio, l'altra a subire l'eterno supplizio coi diavolo.
    Ma questa è la loro fine di cui parleremo dopo. Ora, invece, poiché s'è già detto abbastanza della loro origine sia fra gli angeli, il cui numero ci è ignoto, sia nei due primi uomini, mi pare che si debba venire a parlare del loro sviluppo dal momento in cui quei due primi progenitori incominciarono a generare fino a quando gli uomini cesseranno di generare. Poiché lo sviluppo i delle due città si distende per tutto questo spazio di tempo o secolo in cui le generazioni degli uomini si succedono secondo l'alterna vicenda della natura e della morte.

    Nacque dunque da quei due primi progenitori del genere umano dapprima Caino che appartiene alla città degli uomini e poi Abele che appartiene alla città di Dio.

  • Come infatti nel singolo uomo noi sperimentiamo la verità di quel che ha detto l'Apostolo: « Non è primo quel ch'è spirituale, ma quel ch'è animale e poi quel ch'è spirituale », onde ciascuno, poiché nasce da una stirpe dannata, è necessario che dapprima sia malvagio e carnale, come discendente di Adamo, e soltanto dopo sarà buono e spirituale se, progredendo, rinasce nel Cristo,
  • così nell'intero genere umano, allorché queste due città incominciarono a percorrere il loro cammino di nascite e di morti, nacque dapprima il cittadino di questo secolo e soltanto dopo quello pellegrino in questo secolo, appartenente alla città di Dio, predestinato dalla grazia, eletto dalla grazia, per virtù della grazia pellegrino quaggiù, per virtù della grazia cittadino lassù.
    Giacché per quel che riguarda lui stesso, è nato dallo stesso impasto che è tutto dannato dall'origine; ma Dio come un vasaio (è questa la similitudine che l'Apostolo adopera non a caso, ma con un preciso significato) dallo stesso impasto ha fatto « un vaso per uso onorevole, un altro per uso vile ».
    Ma dapprima è stato fatto il vaso per uso vile e poi quello per uso onorevole, poiché anche nel singolo uomo, come ho già detto, prima è l'uomo reprobo, donde è necessario che incominciamo, ma dove non è necessario che restiamo, e dopo l'uomo probo, meta a cui perveniamo col progredire ed a cui pervenuti dobbiamo restare.
    Donde non segue che ogni uomo malvagio diverrà buono, ma soltanto che nessuno sarà buono, che non sia stato prima malvagio; ma quanto più velocemente un uomo si muta in meglio, tanto più presto ottiene di esser chiamato col nome di ciò che diviene e con questo nuovo nome ricopre il vecchio.
    Sta scritto dunque di Caino che fondò una città, ma Abele, da quel pellegrino che era, non ne fondò nessuna. Superna è infatti la città dei santi, benché generi cittadini quaggiù, dov'è pellegrina fino a che non venga il tempo del suo regno, quando radunerà tutti i suoi cittadini, risorti nei loro corpi, quando le sarà dato il regno promesso, dove assieme al suo Principe, Re dei secoli, regneranno in un tempo senza fine. [...]

    Due amori diversi hanno edificato le due città: l'amore di sé fino al disprezzo di Dio, la città terrena; l'amore di Dio fino al disprezzo di sé, la città celeste.
    Così l'una si gloria in se stessa, l'altra nel Signore. Infatti:

  • La prima chiede la sua gloria agli uomini, mentre per la seconda la gloria maggiore è Dio, testimone della sua coscienza.
  • La prima innalza il suo capo nella sua propria gloria, la seconda dice al suo Dio: « Tu sei la mia gloria, tu innalzi il mio capo ».
  • Nell'una tanto i principi quanto le nazioni sottomesse sono dominati dalla brama del dominio, nell'altra tutti si servono a vicenda con carità scambievole, i governanti col prendersi cura dei sudditi, i sudditi coll'ubbidire ai governanti.
  • L'una nei suoi capi ama la sua propria forza, l'altra dice al suo Dio: « Amerò te, o Signore, che sei la mia forza ».
    E perciò i sapienti della città terrena, vivendo secondo l'uomo, hanno cercato il bene del corpo o dell'anima o di tutti e due; e quelli che han potuto conoscere Dio « non l'hanno onorato come Dio né gli hanno reso grazie, ma si sono persi nel niente delle loro argomentazioni ed il loro sciocco cuore si è riempito di tenebre, proclamandosi sapienti » e cioè esaltandosi, dominati dall'orgoglio, nella loro sapienza « sono diventati stolti ed hanno scambiato la gloria di Dio incorruttibile per un'immagine fatta a somiglianza dell'uomo corruttibile, degli uccelli, dei quadrupedi, dei serpenti », poiché nell'adorare simulacri di questo genere si sono fatti guida o seguaci dei loro popoli, « hanno offerto il culto e l'omaggio di servitù alla creatura piuttosto che al Creatore, che è benedetto nei secoli ».
    Nella città celeste invece non vi è nessuna sapienza umana, se non la pietà con cui secondo rettitudine si offre il culto al vero Dio, aspettando il premio nella santa società, non soltanto degli uomini, ma anche degli angeli « affinché Dio sia tutto in tutto ».'[...]

    La città terrena, che non sarà eterna (non sarà infatti più una città allorché sarà condannata all'estremo supplizio), ha quaggiù il suo bene e s'allieta nel suo possesso della gioia che possono dare cose di questo genere.
    E poiché questo bene non è tale da permettere ai suoi cultori un godimento senza limiti, ecco che questa città per lo più si divide contro se stessa, con liti, guerre, battaglie e vittorie apportatrici di morte e certamente destinate a morire esse stesse. [...]
    La società dunque dei mortali, dovunque diffusa sulla terra e nei luoghi più diversi, e tuttavia congiunta dal legame di un'unica e identica natura, poiché ciascuno dei suoi membri si preoccupa delle proprie passioni e ricerca la propria utilità e poiché, d'altra parte, l'oggetto del suo desiderio non basta a nessuno o almeno non a tutti, perché non è il vero bene, per lo più si divide contro se stessa e la parte che prevale opprime la parte che soccombe.
    La vinta infatti si sottomette alla vincitrice, rinunciando all'impero e perfino alla libertà pur di ottenere una pace purchessia e la salvezza; così che sono sempre stati oggetto di grande ammirazione quelli che hanno preferito morire anziché servire. Giacché presso tutte le genti risuona, quasi voce stessa della natura, il monito ch'è meglio, per quelli che hanno perso, sottomettersi ai vincitori, piuttosto che lasciarsi distruggere dalle devastazioni della guerra.
    Di qui è venuto che, non senza un decreto della Provvidenza divina, dal cui potere dipende se uno in guerra debba sottomettere o essere sottomesso, che ad alcuni fosse assegnato il regno, ad altri l'essere sudditi dei regnanti; ma fra i tanti regni della terra in cui si è divisa la società legata dal desiderio e dall'interesse terreno (che con un sol vocabolo chiamiamo la città di questo mondo), vediamo che due regni hanno di gran lunga superato tutti gli altri per fama: dapprima quello degli Assiri, poi quello dei Romani, distinti tra loro e ordinati così nel tempo come nello spazio. Poiché come l'uno viene prima e l'altro dopo, così l'uno è sorto in Oriente e l'altro in Occidente, inoltre la fine dell'uno ha segnato l'inizio dell'altro. Tutti gli altri regni e tutti gli altri re li direi nient'altro che appendici di questi due. [...]

    La famiglia degli uomini che non vivono di fede ricerca la pace terrena nei beni e nelle comodità di questa vita temporale. La famiglia invece degli uomini che vivono di fede attende quei beni eterni che sono stati promessi per il futuro e di questi terreni e temporali si serve come pellegrina, in modo non già da esserne presa e distolta dal fine a cui tende, che è Dio, ma da esserne aiutata a tollerare con maggiore facilità e a ridurre al minimo il peso di questo corpo corruttibile, che appesantisce l'animo.
    E perciò l'uso dei beni necessari a questa vita mortale è comune a tutti gli uomini e a tutte e due le famiglie; ma, pur nell'uso comune, il fine è molto diverso e particolare a ciascuna. Così anche la città terrena, che non vive di fede, desidera la pace terrena ed indirizza la concordia dei cittadini, nel comandare e nell'ubbidire, al fine che vi sia, quanto agli interessi propri della vita mortale, una certa composizione delle volontà umane. Mentre la Città celeste, o meglio quella parte di essa ch'è pellegrina in questa mortalità, e vive di fede, è necessario che usi anch'essa di questa pace, finché non passi questa mortalità, a cui una pace cosiffatta è necessaria. E perciò mentre conduce la sua vita di pellegrinaggio come prigioniera presso la città terrena, pur avendo ricevuto la promessa della redenzione e come pegno il dono dello Spirito, non dubita di ubbidire alle leggi della città terrena, leggi che regolano quei beni che sono stati disposti per sostenere la vita mortale; di modo che, poiché la mortalità è comune ad entrambe, si osservi fra le due città la concordia, in ciò che concerne i loro destini mortali. [...]

    La Città celeste dunque, mentre è pellegrina sulla terra, recluta i suoi cittadini tra tutte le genti e raccoglie una società di pellegrini di tutte le lingue; senza curarsi di ciò che rende diversi i costumi, le leggi e le istituzioni, con i quali si conquista e si conserva la pace terrena; senza toglierne o distruggerne niente, ma anzi conservandoli e osservandoli, purché non siano d'impedimento alla religione che insegna doversi adorare un solo sommo e vero Dio; perché costumi, leggi e istituzioni, benché diversi nelle diverse nazioni, tendono tutti all'unico e identico fine della pace terrena.
    Si vale perciò anche la Città celeste, in questo suo pellegrinaggio, della pace terrena e, per quel che concerne i beni che si riferiscono alla natura mortale dell'uomo, desidera e promuove la composizione delle volontà umane, purché sia salva la pietà e la religione lo permetta, e questa pace terrena riferisce alla pace celeste. [...]

    Infelice è dunque il popolo che si è allontanato da questo Dio.
    Ama anch'egli tuttavia una certa sua pace non disprezzabile, che non avrà però alla fine, perché non ne fa un buon uso prima della fine.
    Ma che abbia frattanto questa pace in questa vita è anche nostro interesse; giacché fino a che le sue città sono mescolate, ci serviamo anche noi della pace di Babilonia; di quella Babilonia da cui il popolo di Dio è così liberato ad opera della fede, che non si mescola ora ad essa se non come pellegrino. Per il che anche l'Apostolo ammonisce la Chiesa di pregare per i re e I grandi della terra, aggiungendo: « perché possiamo trascorrere una vita quieta e tranquilla con ogni pietà e carità ». Ed il profeta Geremia, preannunciando all'antico popolo di Dio la futura cattività e comandando, in nome di Dio, di andare obbedientemente in Babilonia, servendo il loro Dio anche con questa sopportazione, ammonì anche lui che pregassero per essa, dicendo: « poiché nella sua pace è la vostra pace », intendendo certamente la pace temporale che è comune ai buoni e ai cattivi.

    Per quel che riguarda infatti questa vita mortale, che si passa e si termina in pochi giorni, che importa sotto quale impero viva l'uomo che deve morire, se quelli che comandano non lo costringono ad azioni empie ed inique? [...]
    Ed infatti non vedo che importanza abbia per la salvezza, per i buoni costumi, per la stessa dignità degli uomini che alcuni vincano, altri siano vinti, all'infuori di quel vanissimo fasto della gloria umana, in cui han percepito la loro mercede quelli che per essa sono stati bruciati d'intensa passione e per essa han condotto ardenti guerre. [...] Che se anche la perversità di questo secolo permettesse che i più virtuosi fossero i più onorati, nemmeno allora si dovrebbe fare gran conto dell'onore umano, ch'è come fumo senza peso.

    Se quelli che, dotati della vera pietà, vivono bene, posseggono anche la scienza di reggere i popoli, non vi è alcuna congiuntura più fortunata per gli uomini, che se, per misericordia divina, hanno il potere. [...]

    Ed infatti non per questo noi diciamo felici alcuni imperatori cristiani, perché tennero molto a lungo il potere, perché lo lasciarono ai figli dopo una placida morte, perché domarono i nemici dello stato o riuscirono a neutralizzare ed a vincere i nemici interni, ribelli contro la loro autorità.
    Questi ed altri doni e consolazioni di questa vita travagliata hanno meritato di ricevere anche alcuni adoratori dei demoni, che non appartengono al regno di Dio, a cui appartengono invece quelli, e questo è accaduto per volere della misericordia di Dio, perché queste cose non fossero desiderate come i beni supremi da quelli che credono in Lui.
    Ma li diciamo felici,

  • se comandano con giustizia;
  • se, fra le parole di adulazione e gli ossequi che giungono fino al servilismo, non si esaltano, ma ricordano di essere uomini;
  • se han messo il loro potere a servizio della maestà di Dio, col diffonderne il più possibile il culto;
  • se temono Dio, se L'amano, se L'adorano;
  • se amano più del loro quel regno, dove non temono di avere dei compagni;
  • se sono lenti a punire, pronti a perdonare;
  • se applicano questa punizione per la necessità di governare e conservare lo stato, non per soddisfare con la vendetta il loro odio;
  • se indulgono al perdono non per lasciare impunita l'iniquità, ma nella speranza che il reo possa ravvedersi;
  • se, quando siano a volte costretti a prendere provvedimenti severi, compensano questo rigore con la dolcezza della misericordia e la liberalità della benevolenza;
  • se tanto meno si abbandonano ai piaceri, quanto più potrebbero farlo liberamente;
  • se preferiscono comandare alle malvage passioni, più che a tutti i popoli della terra e se fanno tutto questo, non per la brama di una gloria vana, ma per amore della eterna felicità;
  • se non trascurano di offrire al loro Dio vero il sacrificio dell'umiltà, della contrizione e della preghiera, per i loro peccati.
    Questi imperatori cristiani noi diciamo che sono felici ora nella speranza e poi in realtà, quando sarà venuto il giorno che attendiamo.