Il tempo

AGOSTINO, Le Confessioni, a cura di M. Capodicasa,
Ed. Paoline, Roma 1967, pp. 428-437.


Ecco la mia risposta a chi domanda che cosa faceva Dio prima di creare il cielo e la terra.
Non rispondo come quel tale che, a quanto si racconta, eludendo scherzosamente la difficoltà della questione, disse:
« Dio preparava l'inferno a coloro che vogliono indagare le cose troppo profonde ».
Altro è capire, altro è scherzare.
Non così rispondo io.

Volentieri risponderei di non sapere quello che non so, piuttosto che mettere in ridicolo chi ha posto una questione profonda e lodare, invece, chi risponde con una falsità. Io affermo che tu, o Dio nostro, sei il creatore di ogni creatura.

E se con il nome di cielo e terra si intende ogni creatura, io oso affermare che, prima di creare il cielo e la terra, Dio nulla faceva. Se, infatti, qualcosa faceva, che poteva fare se non una creatura? Potessi io sapere tutto ciò che desidero per mia utilità di sapere, così come so che prima della creazione non era fatta creatura alcuna.

E se qualcuno con fantasia volubile, gironzolando sulle immagini dei tempi passati, si meraviglia che tu, Dio onnipotente e creatore di tutto e possessore di ogni cosa, artefice del cielo e della terra, sia stato inattivo per innumerevoli secoli prima di creare un'opera così grande, stia ben attento, poiché la sua meraviglia si fonda su cose false. Come, infatti, era possibile che trascorressero secoli e secoli, se tu non li avevi creati, tu che sei autore di tutti i secoli?

Potevano forse esistere tempi da te non creati?
O come potevano trascorrere, se non erano mai esistiti? Essendo tu il creatore di tutti i tempi, se esistette un tempo anteriore alla creazione del cielo e della terra, come si può affermare che tu eri inoperoso?

Tu avevi creato lo stesso tempo, né i tempi potevano passare prima che tu li creassi.

Se poi il tempo non è anteriore al cielo e alla terra, perché si domanda che cosa tu allora facevi? Non esisteva l« allora », se non esisteva il tempo.

Né tu precedi i tempi con il tempo, diversamente non precederesti tutti i tempi.

Tu, però, precedi ogni passo con la grandezza dell'onnipotente eternità e trascendi ogni futuro perché è futuro e il futuro, una volta arrivato, diventerà passato; tu, invece sei sempre il medesimo e i tuoi anni mai verranno meno.

I tuoi anni non vanno né vengono; questi nostri, invece, vanno e vengono perché possano venire tutti.

I tuoi anni stanno tutti fermi in un punto, perché stabili; né, quelli che vanno, sono incalzati da quelli che vengono, poiché non passano. Questi nostri, invece, saranno tutti, quando tutti non saranno più. I tuoi anni sono un sol giorno, e il tuo giorno non è « l'ogni giorno », ma l'« oggi », poiché il tuo « oggi » non cede al « domani » e non succede a « ieri ».

Il tuo « oggi » è l'eternità.

Hai perciò generato a te coeterno colui al quale dicevi: « Io oggi ti ho generato ».

Tu hai fatto tutti i tempi e tu sei prima di tutti i tempi, né ci fu alcun tempo senza tempo.

In nessun tempo, dunque, tu nulla facevi, poiché appunto, il tempo l'hai creato tu; e nessun tempo è coeterno a te, perché tu resti e il tempo, se restasse, non sarebbe più tempo. Cosa è, infatti, il tempo?

Chi potrà spiegare ciò con brevità e facilmente? Chi potrà afferrare, con il pensiero, la nozione tanto da dirne una parola esatta?

Eppure nei nostri discorsi quale idea ricorre più nota e familiare che quella del tempo?

E quando ne parliamo, la comprendiamo bene, così quando ne sentiamo parlare da altri.

Cosa dunque è il tempo? Se nessuno me lo domanda, lo so; se voglio spiegarlo a chi me lo domanda non lo so. Tuttavia con sicurezza affermo di sapere che, se nulla passasse, non ci sarebbe il passato, se nulla avvenisse, non ci sarebbe il futuro; se nulla fosse, non ci sarebbe il presente.

Ora questi due tempi, il passato e il futuro, come esistono se il passato già non è più e il futuro non ancora è? Se poi il presente fosse sempre presente e non trascorresse nel passato, non sarebbe più tempo, ma eternità.

Se, pertanto, il presente in tanto è tempo, in quanto trascorre nel passato, come possiamo dire che è, se la causa del suo essere è il cessare di essere, se non ci è possibile dire che veramente il tempo è, se non perché tende verso il non essere?

Parliamo tuttavia di tempo lungo e di tempo breve e solo in rapporto al passato e al futuro.

Chiamiamo lungo il passato che ebbe, per esempio, inizio cento anni fa e ugualmente lungo il futuro che avrà termine di qui a cent'anni; breve il passato di dieci giorni fa; breve il futuro di qui a dieci giorni. Ma in che modo può essere lungo o breve ciò che non esiste?

Il passato ormai più non è; il futuro non è ancora.

Non diciamo, dunque, del passato: è lungo; ma: fu lungo; e del futuro: sarà lungo.

Signore mio, luce mia, qui forse la tua verità non si prenderà gioco dell'uomo? Quel passato, infatti, quando fu lungo? Fu lungo quando era passato o quand'era ancora presente?

Aveva, infatti, la possibilità di essere lungo, solo quando esisteva ciò che poteva essere lungo.

Il passato, ormai, più non era; non aveva perciò neanche la possibilità di essere lungo ciò che non esisteva.

Non diciamo dunque: fu lungo quel tempo passato; non troveremmo più neanche ciò che è stato lungo; poiché il tempo, in quanto è passato, più non esiste.

Diciamo invece: fu lungo quel tempo presente; perché era lungo, quand'era presente.

Non era ancora passato, così da non essere più ed esisteva, perciò, in modo che poteva essere lungo.

Ma dopo che passò, è cessato di essere lungo e insieme di esistere.

Vediamo perciò, o anima umana, se il presente può essere lungo, poiché è stato concesso di avvertirne e di misurarne la durata.

Che mi risponderai? Forse cento anni presenti costituiscono un lungo tempo? Vedi prima se cento anni possono essere presenti.

Se, infatti, sta trascorrendo il primo di quegli anni, esso èpresente; gli altri novantanove sono futuri e perciò non ancora esistono.

Se sta trascorrendo, invece, il secondo anno, il primo è già Passato, il secondo è presente, gli altri futuri.

Se supponiamo che uno qualunque degli anni intermedi di questo centinaio sia presente, quelli prima di esso sono passati; futuri quelli che dovranno seguire.

Però cento anni non possono essere un presente.

Vedi anche se almeno un solo anno, quello che sta trascorrendo, possa essere presente.

Se di esso sta trascorrendo il primo mese, gli altri sono futuri; se il secondo, il primo è già passato e gli altri non ancora sono.

Dunque nemmeno l'anno che sta trascorrendo è tutto presente; e se non è tutto presente, non si può parlare di anno presente.

L'anno infatti, è formato di dodici mesi, dei quali quello che trascorre è presente, gli altri sono o passati o futuri.

Benché nemmeno il mese che sta trascorrendo è presente, ma di esso un solo giorno; se ne è il primo, gli altri giorni sono futuri; se ne è l'ultimo, gli altri sono passati; se ne è uno qualsiasi, si trova tra giorni passati e futuri.

Ecco che il tempo presente, che solo abbiamo scoperto potersi chiamare lungo, si è ridotto allo spazio di un sol giorno.

Ma esaminiamo anche questo, perché nemmeno un sol giorno e tutto un presente.

Esso è composto di ventiquattro ore tra notturne e diurne; la prima di esse ha dopo di sé, nel futuro, tutte le altre; l'ultima, nel passato: qualcuna delle ore intermedie, prima di sé, nel passato; dopo di sé, nel futuro. E anche quella stessa unica ora è composta di fuggevoli attimi; l'istante che è volato via, è passato; quello che rimane, è futuro.

Se si pensa una particella di tempo, che non si possa più dividere nemmeno nelle più piccole frazioni di istanti, questo solo e il presente, che tuttavia passa così rapidamente dal futuro al passato da non durare che un attimo. Se, infatti, durasse, potrebbe dividersi in passato e futuro. Ii presente, invece, non ha estensione. Dove è allora un tempo che possa chiamarsi lungo? Forse il futuro? Ma non lo diciamo lungo, poiché non ancora esiste ciò che può essere lungo; diciamo: sarà lungo.

Ma quando sarà? Finché sarà ancora futuro, non sarà lungo, poiché non ancora esiste ciò che sarà lungo. Se poi si dice che sarà lungo nel momento in cui avrà cominciato a esistere e da i futuro, che ancora non è, sarà divenuto presente, in modo che possa esistere ciò che può essere lungo, si deduce, con le osservazioni precedentemente fatte, che il presente non può essere lungo.

Tuttavia, o Signore, distinguiamo gli intervalli di tempo, li confrontiamo e li stimiamo alcuni più lunghi, altri più brevi. iMisuriamo anche di quanto quel tempo è più lungo o più breve di questo e rispondiamo che questo ne è il doppio o il triplo; quello ne è la metà o l'uguale.

Noi, però, misuriamo il tempo nell'attimo in cui passa e lo misuriamo percependolo.

Il passato, però, che non è più o il futuro che ancora non è,
chi può misurano, a meno che non si osasse affermare che è pos-
sibile misurare ciò che non esiste? Il tempo, perciò, nell'istante
in cui passa si può percepire e misurare; quando poi è già pas-
sato, non lo si può, poiché non è più.

Padre, io investigo, non affermo.

Guidami, o Dio, e sostienimi.

Chi può dirmi che non esistono tre tempi, come abbiamo im-
parato da fanciulli e come insegniamo ai fanciulli, e cioè il pas-
sato, il presente e il futuro e che esiste solo il presente e gli 175
altri due non sono? O esistono anch'essi, ma quando il tempo da
futuro diventa presente procede dal mistero e nel mistero ritorna
quando da presente diventa passato? Dove, infatti, i profeti vi-
dero il futuro, se il futuro non ancora esisteva? Non si può,
infatti, vedere quello che non è.

E anche coloro che raccontano il passato non direbbero il vero se non lo vedessero nella loro mente; poiché se non esistesse, non lo si potrebbe vedere.

Anche il futuro e il passato, dunque, esistono.

Lasciami, o Signore, lasciami investigare e fa', o mia speranza, ta che questo sforzo non venga distratto.

Se il futuro e il passato esistono, voglio sapere dove sono.

Che se ancora non riesco a saperlo, so tuttavia con sicurezza che dovunque si trovano, non sono ivi come futuro e passato, ma come presente; poiché anche lì, se esiste il futuro, non ancora è; se esiste il passato, non è più.

Dovunque perciò siano e qualunque cosa siano, non sono se non presenti. Quando, infatti, si raccontano avvenimenti passati realmente accaduti, si traggono fuori dalla memoria non gli avvenimenti stessi, che sono passati, ma i concetti suggeriti dalle il loro immagini che fissarono come orme nell'anima, facendole passare attraverso i sensi.

La mia fanciullezza, che ormai più non è, appartiene al passato, che più non è. La sua immagine però, quando rievoco e racconto dell'età, la miro al presente, poiché essa è ancora nella mia memoria.

Se la causa per cui si predice il futuro sia analoga, di modo che si prevedano le immagini di cose non ancora esistenti, confesso, o mio Dio, di non saperlo.

So, però, certamente che noi, di solito, premeditiamo le nostre azioni future e che, mentre la premeditazione è presente, l'azione premeditata ancora non lo è, perché futura. Quando poi inizieremo a fare ciò che premeditiamo, allora quell'azione non sarà più futura, ma presente. In qualsiasi modo si attui questa misteriosa precisione del futuro è certo che non è possibile vedere se non ciò che è presente.

Ciò che è, non è futuro, ma presente.

Quando perciò si dice di vedere le ore future, non è che si vedono, poiché non ancora esistono, essendo future; ma si vedono le loro cause, o, forse, alcuni segni che già esistono e che perciò non sono futuri, ma presenti per colui che già li vede e da essi concepisce e predice le cose future.

Questa concezione, a sua volta, già esiste e, quelli che predicono il futuro, la intuiscono già presente in se stessi. Mi parli
un esempio preso fra i tanti.

Vedo l'aurora; preannunzio il sorgere del sole.
Ciò che vedo è presente; ciò che preannunzio è futuro. Non è futuro il sole, che già esiste, bensì il suo sorgere che non ancora
avviene. E anche il suo sorgere, se non è immaginato nell'animo
come ora che ne parlo, non potrei preannunziano.

Né il sorgere del sole è quell'aurora che scorgo nel cielo, benché lo preceda, né quell'immagine che ho nel mio animo. Scorgo i due fatti come presenti, per poter preannunziare il futuro sorgere del sole.

Il futuro, dunque, non esiste ancora, e se ancora non esiste, non è; se non è, non si può assolutamente vedere; si può, invece, in base al presente che già esiste e si vede, predire.

E tu, o Re della tua creazione, in qual modo riveli il futuro alle anime? Tu l'hai rivelato ai tuoi profeti.

In quai modo tu mostri l'avvenire, tu a cui nulla è futuro?

Ciò che, infatti, non è, non si può insegnare.

Troppo lontano da ciò è la mia intelligenza; poiché mi supera, non ci arrivo: lo potrò solo con ii tuo aiuto, quando tu me lo concederai, o dolce lume dei miei occhi interiori.

Né il futuro, né il presente esistono; ciò ora è molto chiaro.

Né propriamente si può dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro; forse sarebbe meglio dire che i tempi sono: il presente del passato; il presente del presente; il presente del futuro. Ed essi sono nell'anima; altrove non li vedo.

Il presente del passato è la memoria, il presente del presente è l'intuito, il presente del futuro è l'attesa.

Se è permesso esprimermi in tal maniera, vedo tre tempi e ammetto che ce ne sono tre.

Si continui pure a dire che i tempi sono tre: passato, presente e futuro; si continui pure così, secondo l'abuso e la consuetudine. Non ci bado, non mi oppongo, non critico, purché si comprenda ciò che si dice, che, cioè, non esiste né il futuro né il passato.

Sono rare le volte che parliamo con proprietà; spessissimo, infatti, ci esprimiamo impropriamente, ma si comprende ciò che vogliamo dire.